CONVEGNO 2008
CONVEGNO 2008
TERRITORIO E VITA - dal 25 al 28 settembre 2008

XVI CONVEGNO INTERNAZIONALE DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA PER STRANIERI E DI PROMOZIONE CULTURALE “ERNESTO BALDUCCI” E
IV INCONTRO INTERNAZIONALE DELLA RETE DI ALTERNATIVE ALL’IMPUNITA’ E ALLA GLOBALIZZAZIONE DEL MERCATO

“TERRITORIO E VITA”



Udine, centro di Accoglienza per Stranieri e di Promozione Culturale ERNESTO BALDUCCI – Zugliano, Aviano, Vajont, (Italia).

Dal 25 al 28 settembre 2008.

Al XVI Convegno del Centro Balducci realizzato a Zugliano – Udine- Italia, un piccolo paese a circa 5 chilometri dalla città di Udine, in Friuli Venezia Giulia sono confluiti due percorsi di riflessione, di esperienze di vita, di resistenza pacifica, di analisi della realtà, di strategie contro l’impunità rispetto alla globalizzazione del mercato e al militarismo crescente. Questa confluenza risulta dalla partecipazione del Centro “E. Balducci”, rappresentato da don Pierluigi Di Piazza nei tre incontri internazionali precedenti promossi dalla Rete di Alternative contro l’impunità e la Globalizzazione del Mercato e la Commissione Interecclesiale di Giustizia e Pace di Bogotà – Colombia, realizzati a Madrid nel 2005, a Chicago nel 2006 e a Oviedo nel 2007.

L’incontro “Territorio e Vita” ha integrato le organizzazioni della Rete di Alternative contro l’impunità e la Globalizzazione del Mercato con i principi e valori che da 16 anni sostengono il lavoro del Centro volto a costruire un legame profondo tra il mondo e la promozione culturale e per questa ragione l’invito si è esteso all’Asia, all’Africa così che le riflessioni e le esperienze si sono arricchite con la partecipazione di paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, il Kenia, il Congo e la Palestina, rendendo l’Incontro “Territorio e Vita” un incontro di carattere mondiale.

Inoltre estendendo le frontiere della riflessione su scala planetaria, la confluenza dei due eventi ha generato una dinamica di lavoro nella quale hanno partecipato persone e organizzazioni italiane che si sono aggregate ai gruppi di lavoro in qualità di soggetti attivi delle discussioni, facendo gemmare una relazione più intensa e attiva con le comunità e organizzazioni presenti e i partecipanti italiani. Ciò che è più significativo è quanto decine di famiglie friulane hanno fatto accogliendo nelle loro case i delegati provenienti da paesi stranieri, dimostrando solidarietà fattiva con il mondo nel segno di un vero accompagnamento e amore per il prossimo. Allo stesso tempo il supporto organizzativo dell’evento è stato gestito da volontari, ad eccezione della segreteria, che si sono assunti la responsabilità logistica dell’evento, la preparazione dei pasti, con l’aiuto di una associazione latinoamericana di Vittorio Veneto per il sabato 27; l’aiuto economico e materiale nella donazione di alimenti e soprattutto la partecipazione esclusivamente gratuita in tutti i lavori. Questo fatto evidenzia l’esistenza di una rete solidale con il Centro Balducci e con le iniziative culturali del Centro stesso.

L’evento si è svolto passando attraverso 3 momenti particolarmente significativi:

1. Inaugurazione

L’inaugurazione si è svolta nel Teatro “Giovanni da Udine” giovedì 25 c’erano circa 800 persone riunite per ascoltare Mirta Baravalle, una delle fondatrici delle Madri di Piazza di Maggio; Monsignor Alvaro Ramazzini, vescovo della diocesi di San Marcos, Guatemala; Gaati Partow, dell’associazione RAWA - Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – e Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia.


2. I gruppi di lavoro

I gruppi di lavoro hanno lavorato sulle seguenti tematiche:

  • Gruppo 1.
    Globalizzazione del mercato, sfruttamento delle persone e migrazioni forzate. Resistenza ed esperienze alternative di giustizia e solidarietà fra le comunità e i popoli.

  • Gruppo 2.
    Memoria dei Profeti, dei martiri, dei popoli crocifissi. Informazione. Impunità. Verità.

  • Gruppo 3.
    Guerre e varie forme di terrorismo. Crimini di stato. Affermazione dei diritti umani e di democrazie non formali. Lotta non violenta.

  • Gruppo 4.
    Sfruttamento e distruzione del territorio. Monoculture e agro combustibili. Acqua e sovranità alimentare. Relazione di armonia delle comunità e dei popoli con l’ambiente vitale.


Ai 70 partecipanti provenienti da diverse parti del mondo, si sono aggregate circa 220 persone e organizzazioni locali e di altri luoghi d’Italia, distribuite nei 4 gruppi di lavoro. I gruppi non tenevano delle conferenze ufficiali; i lavori sono iniziati con tre relazioni introduttive con un limite di tempo prefissato, aventi per argomento la tematica di ogni gruppo al fine di aprire la discussione e dare la parola ai partecipanti, incentivando il dialogo, attivando una dinamica di comunicazione non verbale, sotto questo aspetto non ci sono stati partecipanti passivi, si è venuto a creare così un vero clima di lavoro comunitario rispetto alle pratiche e alle esperienze di resistenza che permettono di superare lo status di vittime, quello nel quale i popoli oppressi si trovano, riflettendo così sulle esperienze dolorose per tracciare meccanismi univoci che contribuiscano a creare alternative per le comunità, i popoli e le loro diverse organizzazioni.

I partecipanti dal Pianeta provenivano da:

Africa, Asia, Europa America Latina, Congo, Kenia, Mozambico, India, Afganistan, Iraq, Israele, Spagna, Germania , Italia, Olanda, Belgio, USA, Messico, Nicaragua, Salvador, Guatemala, Panama, Honduras, Brasile, Argentina, Ecuador, Palestina, Uruguay, Bolivia, Paraguay, Cuba e Colombia.

I gruppi hanno lavorato nei giorni di venerdì e sabato, tenendo conto dei seguenti parametri:

Il venerdì 26 le analisi erano incentrate sulla denuncia, la riflessione critica, la presentazione della situazione attuale nei diversi paesi rappresentati nell’ottica dello scambio di esperienze di resistenza in atto, i meccanismi e le strategie utilizzate per superare la condizione di oppressi, di esclusi, di emarginazione nella quale si trovano le popolazioni che lavorano.

Il sabato 27, invece, ci si è concentrati sulle proposte di nuovi meccanismi di resistenza al fine continuare le relazioni e i contatti stabiliti tra le diverse organizzazioni.

La domenica 28, ultimo giorno dell’Incontro ci sono stati due momenti di grande significato etico e politico: etico perché è stata una conclusione afferente alle riflessioni delle giornate di lavoro dei gruppi:


3. una protesta pacifica di fronte alla base militare statunitense di Aviano;

politica perché dava visibilità al grande pericolo che sussiste per il mondo, quando tanto potere è concentrato in una parte del Pianeta, così come accade in altre parti del mondo.

Questa base è stata costruita agli inizi del XX secolo:

  • Nel 1911 viene costruito l’aeroporto
  • Nel 1954 presenza del 31° stormo Usaf
  • Negli anni 60’ presenza delle armi atomiche
  • Negli anni 90: la base è coinvolta nella guerra del Golfo, della ex – Jugoslavia, dell’Iraq. Dell’Afganistan e della Somalia. W. Arkin, scienziato nucleare americano afferma: “Aviano: la più grande base atomica fuori dagli USA; nel ’95 conteneva 40 testate nucleari”.

La presenza della base pone gravi questioni culturali, etiche e politiche.

Culturali: comunica il paradigma dell’uso della forza armata per la risoluzione dei conflitti; la convinzione che la pace si prepara armandosi, organizzando la guerra, che il terrorismo si combatte determinando altro terrore con la guerra; che il nostro mondo deve difendere la sua identità e la sua ricchezza dagli altri.

Etiche: ogni arma costruita è un furto ai poveri del mondo, perché sottrae loro la possibilità di liberazione dalle condizioni di oppressione e impoverimento; quindi una base militare è un furto organizzato ai poveri del Pianeta. L’economia che ruota attorno alla base è considerevole: si può considerare la seconda azienda del Friuli occidentale, le 8.500 presenze, più i reparti in transito, i 600 dipendenti italiani della base, i locatori, gli appartamenti, le attività commerciali determinano ricadute economiche che sopiscono ogni riflessione e e proposito di riconversione ad un uso civile

della base con un’economia egualmente significativa ed eticamente attraversata dalla logica della vita. La questione etica comprende l’impatto ambientale, lo smaltimento dei rifiuti, specie quelli “particolari”; l’inquinamento atmosferico, quello acustico. A carico di chi le conseguenze? Si può forse monetizzare la salute per le popolazioni di oggi e per le generazioni future?

Politiche: chi decide sulla base di Aviano? Il segreto militare sui patti e sulle armi che la base contiene come si rapporta con la democrazia? La base è una sentinella armata di questo ordine ingiusto e violento del mondo; è pensata come un deterrente a livello internazionale e diventa un pericolo come possibile obiettivo. Perché una consapevolezza così scarsa, perché tanto silenzio della cultura, della politica, della Chiesa su Aviano? Perché è dimenticata l’affermazione dell’Enciclica “Pacem in Terris” di Papa Giovanni XXIII sulla guerra con le armi di distruzione di massa come “una pazzia”? E ancora l’altra del Concilio Vaticano II che definisce nella “Gaudium et Spes” n. 80 tali armi, contenute anche ad Aviano, “un delitto contro Dio e contro l’umanità”?

Ad Aviano i delegati di diverse parti del mondo hanno scritto sulle pietre di una delle centinaia, migliaia di vittime martiri per la loro lotta contro l’ingiustizia, la violenza del mercato, contro la violenza dello stato, qui Mirta Baravalle, una delle Madri di Piazza di Maggio ha scritto il nome di sua figlia fatta sparire, incinta, con il suo compagno, rappresentando il dramma vissuto dai 30 mila desaparecidos argentini all’epoca della dittatura di Videla, tra queste pietre c’erano anche i nomi delle tante persone amate, fatte sparire, massacrate, assassinate. Queste pietre della memoria ora sono al Centro Balducci e rappresentano il vincolo ineluttabile con le vittime del mondo e l’impegno e l’assunzione di responsabilità da parte del Centro Balducci per la ricerca della verità, la giustizia, la memoria anziché permettere che l’odio si propaghi nel mondo e che l’oblio ci copra con il suo sinistro manto. Sono questi simboli che ci permetteranno di costruire un futuro più umano.

VAJONT

La diga del Vajont fa emergere subito dalla memoria storica il disastro avvenuto il 9 ottobre 1963 con quasi due mila morti.

Condizioni ambientali fragili e instabili non costituirono un motivo di seria riflessione e di rinuncia al progetto di costruzione della diga per scopi di potere e di guadagno.

Già all’inizio del secolo alcune società private avevano intuito la possibilità di sfruttare in modo capillare le acque del bacino del Piave per produrre energia elettrica.

Tra gli anni ’30 e ’60 vennero formulati e via via perfezionati vari progetti che portarono alla realizzazione di una serie di sbarramenti, laghi artificiali e relative centrali idroelettriche in più località lungo il percorso del Piave e dei suoi principali affluenti.

Nel 1957 la società SADE di Venezia presentò il progetto definitivo e diede il via ai lavori che furono completati nel 1959. La diga, una costruzione ad arco alta 264,6 m, era, nel suo genere, la più grande del mondo e la seconda in assoluto.

Dal 1960 iniziò il collaudo della diga con il riempimento del serbatoio. Già il primo invaso mise in luce una generale instabilità delle sponde del lago e soprattutto della sponda sinistra: il versante era infatti interessato da segni di movimenti quali alberi inclinati, fessure nel terreno e fenditure nei muri delle abitazioni;

il 4 novembre del 1960 si staccò una frana che scivolò nel lago, mentre si delineò, in alto, una lunga frattura a forma di M che costituì la futura nicchia del distacco della frana del 9 ottobre 1963, dal monte Toc, con dimensioni gigantesche: con un fronte superiore a due chilometri, una larghezza di almeno 500 metri ed una altezza di circa 250, essa trasportò a valle oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti.

Tale massa, se venisse asportata da 100 metri, sbarrando la valle e modificandola in maniera definitiva.

Al momento del disastro, l’altezza dell’acqua in prossimità della diga era pari a 240 m e il serbatoio conteneva poso più di 1/3 dell’invaso totale.

La forza dell’urto della massa franata creò due ondate che si abbatterono una verso monte, spazzando i paesi lungo le rive del lago e l’altra verso valle. Quest’ultima superò lo sbarramento artificiale innalzandosi sopra di esso fino a lambire le case più basse del paese di Casso, poste a 240 metri sopra la diga; si incanalò quindi nella stretta gola del Vajont, acquistando sempre maggior velocità ed energia; all’uscita della gola, la massa d’acqua, alta 70 metri e con una velocità di circa 96 Km/ora, si riversò nella valle del Piave radendo al suolo il paese di Longarone ed alcuni villaggi vicini.

Le vittime di questo tragico disastro, avvenuto in meno di 5 minuti, furono 1909.

Negli anni a seguire le vicende processuali con il loro iter incredibile, le tardive condanne e i risarcimenti, comunque impossibili per tali tragedie, sono state un’ulteriore sofferenza.

Le conseguenze e gli effetti di questi eventi, soprattutto per quella parte di popolazione superstite di Erto che ostinatamente e coraggiosamente ha scelto e lottato per continuare a vivere nella valle di origine, non sono mai state adeguatamente valutate e considerate.

Solo dopo lo spettacolo teatrale di Marco Paolini portato in giro per le piazze e trasmesso in televisione e la realizzazione del fil “Vajont” di Renzo Martinelli, l’opinione pubblica, la gente comune si è sensibilizzata e interessata maggiormente al problema del Vajont.

Conseguenza evidente resta e sarà sempre il mutamento del paesaggio e lo sconvolgimento anche geografico e morfologico dei luoghi; dove c’era una profonda valle ora c’è una montagna, dove c’era un grande lago resta una valle erosa e dissestata, al posto dei prati e delle casere abitate del Toc c’è un enorme lastrone di pietra bianca.

Con il trascorrere degli anni la Madre Terra ha in parte, poco a poco, rimediato; la vita è rinata nelle pendici e nei versanti, dove l’humus e il substrato lo consentono sono nate specie e arbusti e anche la fauna ha ripreso la sua presenza.

Il Parco delle Dolomiti Friulane ha ritenuto di inserire nel suo territorio l’area della grande frana in quanto è ritenuta un fenomeno di interesse geologico unico al mondo. È stato allestito ad Erto un Centro Visite che ospita la mostra fotografica sulla catastrofe del Vajont “Uno spazio della memoria”: in modo preciso e scientifico, con consultazione di documentazioni varie viene descritta l’intera vicenda che, in questo modo, diventa un valido punto di riferimento per studi e ricerche.


RIFLESSIONI E PROPOSTE DEI 4 GRUPPI

Il sistema capitalista, di fatto neoliberista, continua il suo itinerario di distruzione e morte che impera nel mondo dalla sua costituzione in quanto forma di società predominante, acutizzando le differenze tra il Nord e il Sud del mondo, accentuando la diseguaglianza sociale in tutti i paesi.
Il processo che ha fatto si che le condizioni di esistenza fossero in mano a pochi, genera ogni giorno maggiore esclusione, povertà, marginalità e oppressione.
Il lavoro realizzato in questo evento, ci ha portato a confermare che nonostante la diversità di lingua, cultura, e regione, il neoliberismo ha unificato il mondo rispetto ad alcuni problemi fondamentali, come la fame, la distruzione dell’ambiente vitale, il genocidio dei gruppi indigeni, lo sfruttamento del lavoro, la prostituzione, il narcotraffico e la nascita di una struttura di un modello di persecuzione del malcontento sociale, dell’inadeguatezza, attraverso meccanismi giuridici, politici, militari e l’impiego di gruppi privati che gestiscono la sicurezza, il potere militare nel controllo del mondo; nel contempo si accusano i membri delle organizzazioni sociali di terrorismo, sviando l’attenzione dal vero terrorismo di stato, creando falsi testimoni, ingannando e manipolando l’informazione, destinando fondi per il controllo e l’indirizzamento delle popolazioni verso i progetti agro economici, industriali e commerciali, necessari per lo sviluppo dei grandi capitali. Non si era mai visto in modo così evidente e palmare, il vincolo indissolubile della guerra e dell’economia, il processo di destrutturazione sociale, la dissociazione permanente della grande maggioranza delle società, delle loro condizioni obiettive di esistenza e la spietata distruzione della natura. Nonostante, però, la brutalità delle azioni militari e la perversa sincronia tra la delinquenza mondiale e gli stati neoliberisti, il crescente aumento di coltivazioni di coca e amapola in diversi luoghi del pianeta unitamente ad una agro economia destinata a foraggiare i macchinari anziché nutrire gli esseri umani, si constata che esistono anche processi di resistenza, che si attuano attraverso meccanismi comuni pacifici e attivi contro la brutalità di questo mondo e che ora esprimono la loro volontà di attuare strategie comuni di lotta, di resistenza di anticonformismo.

Si constata inoltre che i gruppi più vulnerabili, ai quali il neoliberismo ha diretto tutta la sua struttura di impunità, di crimine, di sterminio, sono i popoli indigeni, i contadini, i negroidi che vengono sterminati da eserciti paramilitari e non, lasciando una sequela di genocidi che mostrano l’orribile natura degli esseri umani sostenuti dalle leggi del capitale. Si è visto come in Iraq, Guatemala, Colombia, Brasile, Bangladesh, India i popoli resistono, denunciano le iniquità della società e propongono nuove prospettive distanti dal neoliberismo, con ideali per una vita migliore, degna, senza esclusioni, emarginazioni, disuguaglianze sociali, si riafferma l’esistenza di una profonda concezione secondo la quale la relazione tra gli uomini e la natura è indissolubile, che non possono esistere separatamente, che è necessario affrontare il processo di dissociazione degli esseri umani nei confronti della natura e che tutti i meccanismi e strategie di resistenza sociale sono rivolte a riunificare continuamente la potenza dell’essere umano con le forze della natura, sebbene ci siano alcuni che pensano che sia possibile far crescere sotto il dominio dell’agroindustria e le sue coltivazioni irrazionali, come la palma da olio, la coca e la amapola, tra tutte, le forme di riunificazione dell’individuo con la natura passando attraverso il rispetto dell’ambiente vitale e l’amore del prossimo, non solo quindi la solidarietà fra gli esseri umani ma fra tutte le creature del Pianeta.

La memoria viva dei profeti e dei martiri, ricordati con il loro nome e la loro storia comunica due dimensioni: svela l’iniquità del potere che per mantenere e perseguire i propri interessi usa la violenza e il crimine organizzato uccidendo le persone, massacrando intere comunità; nello stesso tempo rivela la capacità di coerenza, di fedeltà, di dedizione delle persone e delle comunità che, consapevoli del pericolo, coscienti delle minacce proseguono il cammino fino a dar la vita. Questa profondità è molto spesso alimentata da una profonda spiritualità, dalla fiducia e confidenze nel dio della liberazione e della Vita, nel Gesù Crocifisso e Vivente, compagno di viaggio sui nostri cammini di liberazione di giustizia. Quindi c’è un martirio consapevole che comunica luce, forza, esemplarità. C’è il martirio inconsapevole di donne, bambini/e, anziani che, pur vivendo in una ingiustizia e violenza strutturali, non prevedono la violenza brutale nei loro confronti e la subiscono come vittime inermi.
Queste vittime gemono, gridano al mondo la loro sofferenza e la loro morte perché altri non debbano subire simile atrocità.


Le proposte

1 Stabilire dei coordinamenti regionali affinché si abbia una stretta connessione fra le azioni collettive congiunte proposte nelle plenarie;

2 Creare un comitato della memoria con le funzioni di :

3 stabilire il 25 aprile giorno di omaggio alle vittime e alle iniziative volte a dare dignità ai popoli, coordinando il riconoscimento di una persona o organizzazione che sia distinta per la sua integrità etica e impegno umanitario, la giustizia e la pace insignendola così del riconoscimento Honoris “E. Balducci”;

  • creare una lista dei terroristi istituzionali, sostenuta dalla documentazione dei suoi responsabili in eventi criminali affinchè si esplicitino le modalità e i meccanismi con i quali operano, denunciando quali sono i beneficiari nazionali e internazionali di queste azioni e il ruolo che assumo i mezzi di comunicazione e le imprese nei continenti di Africa, America e Europa..

  • Creare spazi di informazione e di comunicazione che permettano di dare visibilità alle iniziative, agli incontri, convegni, programmi rispetto alle iniziative volte a dare dignità alle vittime dei crimini di stato.

  • Diffondere i nomi dei carnefici e delle loro strutture politiche, giuridiche e militari attraverso iniziative locali e regionali, come i tribunali del popolo, i tribunali internazionali di opinione che saranno diffusi dal coordinamento delle reti a livello locale, regionale e internazionale.

  • Appoggiare la realizzazione di escrache *degli atti di censura per rendere visibile ciò che non lo è rispetto ai responsabili del Terrorismo dei Crimini di Lesa Umanità.

3 Stimolare il dibattito rispetto al diritto alla Ribellione includendo il preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Diritto e la Pace; il Diritto alla Solidarietà tra i popoli;

4 Stabilire nuovi meccanismi di protezione per le organizzazioni sociali, le comunità organizzate, e rafforzare i meccanismi già esistenti come l’accompagnamento internazionale nelle zone di intervento paramilitare o militare, le azioni di emergenza, le pressioni alle ambasciate, agli stati, etc…iniziative che costruiscono la memoria collettiva o l’affermazione integrale dei diritti;

  • Rafforzare reti di azione urgente con responsabili regionali;

  • Promuovere spazi di Memoria locale come luoghi di educazione permanente e alternativa,

  • Dare impulso alle Leggi volte alla Protezione dei Testimoni;

  • Appoggiare le campagne di solidarietà rispetto alla criminalizzazione delle persone per la difesa dei Diritti Umani e della Solidarietà.

5 Stimolare lo scambio di sementi, le associazioni di produttori di alimenti e il consumo di prodotti locali al fine di garantire criteri di autonomia alimentare e il miglioramento della salute;

6 Aderire alle campagne per il Diritto all’Alimentazione, al rispetto e alla sovranità alimentare, all’esistenza di ecosistemi multipli e diversi; l’autosufficienza economica e l’impulso a progetti di educazione e metodologia popolare.

7 Stabilire una rete di intercomunicazione con Africa, Europa, America, Asia delle organizzazioni e delle comunità della Rete di Alternative e rafforzare quindi strategie di informazione e comunicazione alternativa, traduzione dei documenti delle iniziative; utilizzando tra i diversi meccanismi in software libero e progettare la creazione del sito web.

8 Costituire una dinamica per progettare la possibilità di realizzare un Incontro della rete di Alternative in Africa come forma di conoscenza diretta e appoggio a iniziative locali e nazionali per la dignità e per fare fronte all’esclusione e alla guerra.

9 Realizzare come Rete di Alternative o appoggiando altre iniziative una giornata di solidarietà con le comunità vittime degli agro combustibili scegliendo una giornata comune di sensibilizzazione, dibatto e protesta pubblica per la distruzione della vita umana, dell’esistenza collettiva e la vita dei diversi ecosistemi.

10 Appoggiare la proposta di moratoria e lo studio della proibizione dell’importazione degli agro combustibili con la sua divulgazione e diffusione.

11 Partecipare alle campagne di protesta rispetto al consumo e uso obbligato degli agro combustibili da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e dello sviluppo delle agroindustrie alimentari che distruggono le piantagioni e l’accesso all’acqua.

12 Proporre l’utilizzo del ricorso alla cooperazione internazionale tenendo come premessa le necessità reali dei popoli e delle loro organizzazioni, stabilendo una relazione diretta senza intermediazioni.

13 Appoggiare le proposte di azione già in agenda rispetto agli Accordi di Associazione dell’Unione Europea, con la CAN, CENTRO AMERICA Y CARIBE, e contro i CEPAS e gli TLC (Tratado de Libre Comercio).

14 Redigere una dichiarazione contro l’articolo 125 della OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) che legalizza l’usurpazione, l’utilizzo dei beni patrimonio dell’umanità, protetti dalle comunità convertendosi in imprese private.

15 Diffondere e appoggiare iniziative di prevenzione per proteggere gli abitanti originari e l’ecosistema dall’estrazione petrolifera esistente in Ecuador e rendere questa iniziativa un mezzo preventivo applicabile ad altre tipologie di estrazione distruttive di vite umane e ecosistemi.

16 Realizzare campagne che tendano a favorire la presenza di persone, organizzazioni e istituzioni straniere nei territori soggetti alla violazione dei diritti umani, in quanto meccanismo di protezione delle comunità che affermano i loro diritti.

17 Appoggiare le analisi e le azioni rispetto al giudizio di responsabilità nella violazione dei diritti umani di imprese multinazionali che quindi sono colpevoli di crimini di lesa umanità, sfruttamento, migrazioni forzate, distruzione ambientale che si realizzano attraverso diverse reti e organizzazioni di Africa e America.

18 Appoggiare le campagne locali di sensibilizzazione ed educazione destinate a promuovere un cambiamento negli stili di vita e abitudini dei consumi occidentali.

19 Appoggiare la campagna di informazione contro il tavolo latinoamericano sulla Semina Sostenibile della palma da olio che si terrà a Cartagena – Colombia, in ottobre e per tanto osteggiare eventuali tentativi futuri volti a “tinteggiare di verde” i territori già posseduti dalle comunità locali.

20 Approfondire la proposta di Consulta Popolare per la estrazione dei corsi naturali nel Cerro de Cara de Perro e la Consulta Mundial nel Bajo Atrato, Chocò, Colombia.

21 Appoggiare l’iniziativa di educazione tecnica, professionale per la Vita e il Territorio attraverso la costituzione di una università popolare in Paraguay.

22 Appoggiare le campagne per la sovranità alimentare, educativa, di genere, delle donne e dell’ambiente.

23 Appoggiare in modo particolare le iniziative sociali in Bolivia; Paraguay, Argentina, Honduras, Messico, Colombia, Congo, Kenia, Afghanistan, Iraq.

Nello svolgersi del Convegno i partecipanti hanno sottoscritto un documento a mezzo del quale si ricusavano con biasimo gli attentati del professor Zeev Sternhallen, israeliano, e la persecuzione di tre obiettori di coscienza; il crimine di cui fu oggetto Olga Marina Vergara della Ruta Pacifica delle Donne in Colombia; il nostro biasimo rispetto alla persecuzione che subisce Padre Andres Tamayo in Honduras. L’appoggio all’iniziativa di obiezione e opposizione alle piantagioni forestali che si sta sviluppando in Uruguay; al progetto di legge che in Guatemala istituisce le Deportazioni Forzate e il documento di obiezione rispetto al tavolo di intesa sulla coltivazione di Palma da olio Sostenibile.

La sera, durante la cena che ha dato inizio ad un nuovo cammino,

con i canti della speranza, delle espressioni culturali del Nord e del Sud, ci siamo congedati con affetto e solidarietà che, come ha detto Pedro Casaldaliga nel saluto inviato al IV Encuentro Territorio y Vida, oggi sono fondamentali quando “il mondo occidentale canonizza la proprietà privata e non comprende la proprietà comunitaria di tutto un popolo”. Un abbraccio e “un abbraccio molto affettuoso e solidario a tutte quelle cause che vogliono dare una vita degna e dignitosa a tutti gli esseri umani”.

Con affetto e nostalgia di abbracci; ci incontreremo ancora al V Incontro della Rete di Alternative.

Zugliano, 28 settembre 2008



* Escrache: è il nome che viene dato nella zona del Rio della Plata, principalmente a Buenos Aires e Montevideo, a un tipo di manifestazione durante la quale un gruppo di attivisti si dirige al domicilio o al luogo di lavoro di qualcuno che si intende denunciare per qualche motivo, di modo che l’opinione pubblica ne sia a conoscenza. In Cile queste azioni si chiamano funa e si rivolgono in particolar modo agli ex torturatori della dittatura di Pinochet.

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