Giornata della memoria
Giornata della memoria
Riflessioni di don Pierluigi Di Piazza
Zugliano, 27 gennaio 2021
Giornata della memoria
Lettera di don Di Piazza

La giornata della memoria di quest’anno 2021 non perde certo d’intensità perché collocata in una situazione mondiale drammatica. Questa, anzi, può evidenziarne alcune dimensioni e aspetti.

Certo, può dispiacere - ma è nulla in mezzo a tanto dolore - non poterla vivere come da tanti anni anche nel Centro di accoglienza per migranti e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano. Una giornata attesa e preparata, con la sala affollata per ascoltare testimoni, letture e riflessioni, con i canti e le musiche di cui i giovani sono stati sempre protagonisti. Nessun compiacimento retrospettivo, tutt’altro; bensì il desiderio di alimentare e riproporre vissuti, dimensioni, coinvolgimenti indispensabili.

Il 27 gennaio 2019 abbiamo letto con commozione la lettera che come un dono prezioso ci ha inviato Liliana Segre ospite del Centro per due volte nei convegni di settembre 1999 e 2005. Due testimonianze memorabili, con l’aggiunta, nella lettera inviataci, che un centro di accoglienza è il luogo migliore per celebrare i valori di solidarietà e di pace e quindi particolarmente significativo per vivere attualmente la giornata della memoria.

Liliana, dopo un lungo tempo di silenzio, in tanti anni ha testimoniato a 300 mila giovani, sempre con la speranza che se almeno uno di loro farà sua quella memoria lui stesso potrà diventare candela accesa della memoria. Liliana dice che avrebbe sperato di non sentir pronunciare mai più certe parole e di non vedere più certi gesti, ma che si è dovuta ricredere con dolore e preoccupazione per la violenza, la xenofobia e il razzismo diffusi, i gruppi di neo fascisti e nazisti presenti, che il suo intento è stato e continua a essere quello di contribuire a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano; a non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità di ciascuno verso gli altri. Il male più grave, continua a dirci, è quello dell’indifferenza, ancora peggiore della violenza.

Lei ha vissuto nell’inferno di Auschwitz a tredici anni perché ebrea, con milioni di persone è stata vittima dell’inferno; si è sentita come tutti gli altri insignificante, privata di identità e dignità, ridotta a cosa, a pezzo, a numero, per lei il 75.190. Il fascismo e il nazismo, le leggi razziali del 1938 annunciate a Trieste e i campi di prigionia, di lavoro, di sterminio di milioni di persone considerate inferiori, insignificanti, cose, numeri da utilizzare in azioni disumane, pezzi da usare e poi bruciare… da fare diventare cenere nel vento.

Un delirio di potere onnipotente, di esaltazione contagiosa; non un male occasione, pur sempre deprecabile, bensì la pianificazione del male come annullamento di milioni di persone ebrei soprattutto, ma insieme oppositori politici, dissidenti, disabili nel corpo e nella psiche, testimoni di Geova, nomadi...

Quando si vedono i filmati, i documentari, quando si leggono le testimonianze e i libri di storia ci si dovrebbe porre sempre una domanda che è ineliminabile per vivere profondamente, non per celebrare velocemente e superficialmente la giornata della memoria. Perché milioni di persone hanno aderito, hanno sostenuto, hanno collaborato attivamente?

Perché il 18 settembre Piazza dell’Unità a Trieste era riempita in modo inverosimile da una folla esaltata e plaudente leggi discriminatorie ed escludenti, totalmente disumane? Perché alle adunate naziste partecipavano osannanti milioni di persone? Perché così tante hanno attivamente collaborato? Come il male assoluto può contaminare così diffusamente le persone?

Vivere oggi la memoria significa guardarsi dentro e guardarsi intorno in modo veritiero senza coperture e ipocrisie. Certo, in una situazione molto diversa ma anche simile per l’esaltazione della potenza e del dominio, cosa si dice e come si agisce di fronte all’impoverimento strutturale del mondo che uccide milioni di persone a cominciare dai bambini? Cosa si dice e come si agisce di fronte alle armi, alle guerre alla violazione dei diritti umani, alla riduzione delle persone in schiavitù? Come, di fronte a regimi come quello dell’Egitto che imprigiona, tortura, fa sparire tanti Giulio e tante Giulie come Giulio Regeni? Cosa di fronte a popoli del Pianeta particolarmente colpiti?

Proviamo a ricordare e a riflettere sulle parole e sugli atteggiamenti che anche nella nostra Regione in questo anno dal 27 gennaio 2020 nei confronti dei migranti e di altre persone considerate diverse. Parole e atteggiamenti vergognosi che sui social trovano un veicolo inquietante. Abbiamo presente la tragedia dei profughi nel cuore dell’Europa; i respingimenti del nostro Paese sono stati giudicati illegittimi dal Tribunale di Roma e per aver esposto consapevolmente le persone a trattamenti inumani e degradanti lungo la rotta balcanica e a torture in Croazia. Mortificanti i commenti di alcuni rappresentanti delle istituzioni.

Che senso ha vivere la memoria se si disprezzano gli altri? Risulta una ipocrisia, un non senso, una vergogna! Dentro al dramma della pandemia qualcuno oserebbe ancora ritenere qualcun altro inferiore, disprezzarlo? Non è questo un terribile insegnamento sulla comune condizione umana? Non dovrebbero essere da questo sollecitate attenzione, premura, cura ugualmente verso ciascuna persona e verso tutte le persone senza priorità e distinzioni nell’uguaglianza? 
Vivere la giornata della memoria dovrebbe sollecitare al riconoscimento e all’attuazione di quei principi fondamentali delineati da chi ha avuto il coraggio di diventare partigiano, cioè di prendere la parte della dignità umana nei confronti della totale disumanità, della libertà da riconquistare, della giustizia, della pace, soprattutto della pari dignità e uguaglianza di ogni persona, comunità e popolo.

È un impegno richiesto a ciascuna e a ciascuno di noi di fronte a indifferenze, discriminazioni, disprezzo, xenofobia e razzismo. Anche in questa nostra Regione è molto necessario. Essere partigiani connota la nostra umanità: sempre dalla parte delle persone a partire dalle più deboli.

Non si tratta di domande retoriche chiederci cosa avremmo fatto noi allora e cosa pensiamo e come operiamo oggi? La risposta deve essere operativa: con la scuola, la cultura, le prese di posizione accanto a chi è debole, fragile, ai margini, discriminato. Vivere la memoria è sentire e agire. Liliana Segre, quando è stata nominata dal presidente Mattarella senatrice a vita ha subito proposto una commissione “etica” contro l’istigazione all’odio e alla violenza, contro il razzismo, l’antisemitismo. Lei dice che non dimentica, che non perdona, che non odia, perché l’odio è una grave sconfitta.
 
Pochi giorni fa era presente in Senato per un senso istituzionale, perché il Parlamento è spazio della democrazia riconquistata e mai data per definitiva, sempre da alimentare e irrobustire. Le terribili immagini del 7 gennaio 2021 a Washington sono eloquenti. C’è un aspetto che più di qualche volta si sottace, ma che in realtà assume grande rilievo.

Per il fascismo Dio era fondamentale, unito a patria e famiglia, con l’affermazione della religione cattolica di Stato. Il nazismo, le S.S. affermavano con tracotanza e sicumera che “Dio era con loro”. Dio, il Dio di Gesù di Nazareth non c’entra proprio nulla come non c’entra con i populismi, i nazionalismi e i razzismi di oggi. Quell’affermazione faceva parte della violenza e del male assoluti, come proiezione in Dio realtà superiore della loro massima volontà di potenza, dominio e distruzione. Una ricerca ossessiva anche di questa legittimazione.

Dio non era con loro, non può essere con loro, non è mai dalla parte dei carnefici, ma sempre dalla parte delle vittime, vittima fra le vittime. Si sa come è sorto il drammatico interrogativo se avesse avuto ancora senso parlare di Dio dopo Auschwitz. Probabilmente parlarne poco e guardarlo fra le vittime, perché anche lui è stato vittima del potere. È fondamentale vivere la memoria per costruire un futuro umano

Mi viene spontaneo accostare a Liliana Segre la giovane poetessa Amanda Gorman, afroamericana di Los Angeles, cresciuta da una mamma single, presente alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Biden. Alcune sue espressioni significative: “Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo… Noi abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace e le norme e le nozioni di quel che “semplicemente” è, non sono sempre giustizia. Eppure l’alba è nostra, prima ancora che ci sia dato accorgercene…

Ci stiamo sforzando di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale. E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quello che ci divide ma per catturare quel che abbiamo davanti. Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma un’armonia che sia per tutti… Che anche nel lutto possiamo crescere, che nel dolore possiamo trovare speranza, che nella stanchezza avremo consapevolezza di averci provato. Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi. Ci sarà sempre luce finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla. Finché saremo coraggiosi abbastanza di essere noi stessi luce”. 
Vivere la memoria per costruire un futuro umano.

Pierluigi Di Piazza

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