IO PRETE PER FAME
IO PRETE PER FAME
di Andres Tamayo

Sono nato in un'area rurale di El Salvador il 24 settembre del 1956 da una famiglia povera, molto povera. La mia vita mi ha aiutato a vedere meglio lo sfruttamento terribile della terra da parte dei "ricchi". Ma un altro mondo è possibile.
Mia madre è morta quando avevo poco più di tre mesi e mio padre non riuscendo a mantenere tutta la famiglia mi ha regalato. Sì, mi ha regalato insieme a un altro fratellino a una famiglia se possibile più povera della nostra. Che però ci ha adottato e trattato molto bene.
La famiglia che ci ha accolto viveva in un tale stato d'indigenza che non c'era cibo per tutti. lo fin da bambino mi sono dovuto arrangiare e cercare di recuperare un tozzo di pane o un frutto per sfamarmi. Insomma, gli anni della mia infanzia sono stati davvero difficili, sotto molti punti di vista. Nel frattempo crescendo iniziava la mia formazione culturale. Nel villaggio in cui ho vissuto da bambino c'era un frate francescano con la sua Missione. lo lo guardavo mentre frequentavo la parrocchia: mangiava bene, sempre e tanto. Come si dice: la fame sofferta da un bambino si vede in tutto il suo corpo. Non è sufficiente capire dai suoi occhi e dalle sue ossa che non mangia carne. E nemmeno dai movimenti della gola: chi mangia ingoia un boccone e chi non ha da mangiare ingoia solo saliva. Mi ricordo un giorno in particolare: ero giovane e mi trovavo all'interno della parrocchia proprio quando il parroco stava iniziando il suo pasto. Fra me e me mi sono detto: se un giorno mai riuscirò a diventare sacerdote allora anche io mi mangerò una gallina intera, tutta da solo! E così con estrema franchezza e tranquillità posso dire che la vocazione per me non è entrata dall'anima ma dallo stomaco. Di certo la mia vocazione è stata dettata maggiormente dalla fame e dalla povertà. E questa, che può sembrare solo una storia di fame e miseria come tante ce ne sono nel Continente da cui arrivo, è stata anche l'ispirazione che mi ha spinto ad andare avanti e a diventare un uomo migliore e sensibile. Ad avvicinarmi ancora di più alla mia gente, al mio popolo e purtroppo ai problemi sociali. lo stesso oggi non so perché sono dove sono e non so chi sono. So solo che nella vita ho imparato a soffrire e a resistere. So solo che nella vita ho lavorato tanto e che ho sofferto la fame. Solo, e in ogni momento della mia vita non mi sono mai e poi mai sentito vinto. Tutto questo mi ha portato ad arrivare dove volevo: in seminario.
E anche se in un primo momento il tutto è stato drammatico, la sensazione era quella di non essere desiderato in casa e quindi il seminario poteva essere l'unica soluzione, ho capito che quella era la mia strada. La strada giusta da seguire per lottare in ciò che credevo. Perché io sono convinto di quello che amo, il mio popolo e la mia terra. lo amo la vita e amo gli ideali, la natura, l'ambiente che ci circonda. Amo la Chiesa. Quella Chiesa che ha il coraggio di indignarsi, mettersi in mezzo, compromettersi e difendere il popolo. Ed è proprio per queste ragioni che da quando sono sacerdote non ho mai misurato il mio sacrificio, la mia lotta per la giustizia sociale.
Ovviamente dopo essere stato ordinato sacerdote a tutti gli effetti la mia battaglia è proseguita. È stata una sfida avvincente, enorme, per diversi motivi: i miei tratti somatici indigeni, la mia statura e la mia giovane età. In molti non credevano in me e nelle mie possibilità. Ma dalla mia parte avevo una caratteristica d'assoluta eccellenza: lo spirito di lotta. Una caratteristica che hanno solo le persone che da sempre sono state costrette a lottare per farsi spazio nella vita. L'esperienza della mia vita mi ha aiutato a vedere meglio quelle che erano le condizioni dell'ambiente che mi circondava: lo sfruttamento terribile della terra da parte dei "ricchi". Vedevo il popolo soffrire per la mancanza d'acqua.
Non solo. L'ho visto soffrire le peggiori umiliazioni. Ho visto il popolo subire e venire mandato via dalle terre che abitava, terre ricche di risorse naturali come miniere e boschi. Questo non sono riuscito a sopportarlo. Mi sono reso conto che non sarebbe più servito a nulla scrivere lettere o parlare con qualcuno. Bisognava cambiare. Era necessario passare oltre, giungere a un nuovo step. Mi chiedevo come il 'potere' potesse sedersi allo stesso tavolo di un sacerdote e cominciare un dialogo e non mi davo risposta. Ma è stato l'uragano Mitch abbattutosi sull'Honduras nel 1998 a far regredire il Paese in modo impressionante. Fu una tragedia. Morirono molti cittadini. Una delle motivazioni principali di quel disastro fu da attribuire alla deforestazione. La terra era ormai senza protezioni. Le comunità si ritrovarono senza acqua. La natura aveva fatto il suo corso ma la mano dell'uomo l'aveva aiutata a scagliarsi con forza impressionante e distruttiva. Quando si attacca la natura questa prima o poi si ribella e castiga l'uomo. La convinzione ambientalista che da tempo mi aveva catturato è cresciuta si è fatta più convinta. Per questo e per evitare lo sfruttamento delle multinazionali abbiamo creato il Movimento Ambientalista del Olancho.
Quindi sono arrivato fino a oggi, costretto a riparare in Italia perchè nel mio Paese, l'Honduras, la situazione sociale è molto critica.
lo sono stato allontanato dal Paese dopo essere stato uno dei più vicini collaboratori del legittimo presidente Manuel Zelaya. Con lui ho passato giorni asserragliato nell'ambasciata brasiliana di Tegucigalapa.
Per il suo rientro mi sono speso in prima persona. Ho visto molti amici morire sotto i colpi dei cecchini inviati dall'illegittimo presidente Micheletti, messo lì dagli Usa e dalle multinazionali straniere. Ho sentito la morte in ogni angolo di strada del Paese quando c'è stato il colpo di stato un anno fa.
Oggi l'Honduras rischia di diventare uno stato serbatoio per le grandi nazioni, soprattutto gli Usa la cui estrema destra nazionale ha lavorato per il colpo di Stato contro Zelaya e per impossessarsi così delle risorse del Paese.
Ma io sono convinto che lottando le cose si possono cambiare. E per me un altro mondo è possibile.
Padre Andrés Tamayo. Italia 2010.

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