DOMENICA 10 APRILE 2011 Vangelo di Giovanni 11, 1-57
10/04/2011
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Vita oltre la  morte
Vangelo di Giovanni 11, 1-57

Lazzaro era il fratello di Maria, la donna che poi unse il Signore con olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli. Essi abitavano a Betània insieme a Marta, loro sorella. Lazzaro si ammalò e le sorelle fecero avvisare Gesù: “Signore, il tuo amico è ammalato”.
Quando Gesù ebbe questa notizia, disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma servirà a manifestare la gloriosa potenza di Dio e quella di suo Figlio”.
Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro. Quando sentì che Lazzaro era ammalato aspettò ancora due giorni, poi disse ai discepoli: “Torniamo in Giudea”.
I discepoli replicarono: “Maestro, poco fa in Giudea cercavano di ucciderti, e tu ci vuoi tornare?”.
Gesù rispose: “Non ci sono forse dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce; se uno invece cammina di notte, inciampa, perché non ha la luce”.
Poi disse ancora: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a risvegliarlo”.
I discepoli gli dissero: “Signore, se si è addormentato, guarirà”.
Ma Gesù parlava della morte di Lazzaro; essi invece pensavano che parlasse del sonno. Allora Gesù disse chiaramente: “Lazzaro è morto; sono contento per voi che non eravamo là, così crederete. Andiamo da lui!”.
Tommaso, soprannominato Gemello, disse agli altri discepoli: “Andiamo anche noi, a morire con lui!”.
 Betània era un villaggio distante circa tre chilometri da Gerusalemme: quando vi giunse Gesù, Lazzaro era nella tomba da quattro giorni. Molta gente era andata a trovare Marta e Maria per confortarle dopo la morte del fratello.
Quando Marta sentì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece rimase in casa.
Marta disse a Gesù: “Signore, se tu eri qui, mio fratello non moriva! E anche ora so che Dio ascolterà tutto quello che tu gli domandi”.
Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”.
Marta rispose: “Sì, lo so; nell'ultimo giorno risorgerà anche lui”.
Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi, chi vive e crede in me non morirà mai. Credi tu questo?”.
Marta gli disse: “Signore, sì! Io credo che tu sei il Messia, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo “.
 Detto questo, Marta uscì e chiamò di nascosto Maria, sua sorella: “Il Maestro è qui e ti chiama”.
Appena Maria lo seppe, si alzò e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.
La gente che era in casa a confortare Maria la vide uscire: pensarono che andava a piangere sulla tomba di Lazzaro e la seguirono.
Maria giunse dove era Gesù, e lo vide. Allora si inginocchiò ai suoi piedi e disse: “Signore, se tu eri qui, mio fratello non moriva”.
Quando Gesù vide Maria che piangeva, e vide piangere anche quelli che erano venuti con lei, fu scosso dalla tristezza e dall'emozione.
Gesù domandò: “Dove l'avete sepolto?”.
Risposero: “Signore, vieni a vedere”.
Gesù si mise a piangere. Allora la gente disse: “Guarda come gli voleva bene!”.
Ma alcuni di loro dissero: “Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva fare in modo che Lazzaro non morisse?”.
Allora Gesù ebbe un nuovo fremito di tristezza. Poi giunse alla tomba. Era scavata nella roccia e chiusa con una pietra.
Gesù disse: “Togliete la pietra!”.
Marta, sorella del morto, osservò: “Signore, da quattro giorni è lì dentro; ormai puzza!”.
Gesù replicò: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloriosa potenza di Dio?”.
Allora spostarono la pietra. Gesù alzò lo sguardo al cielo e disse: “Padre, ti ringrazio perché mi hai ascoltato. Lo sapevo, che mi ascolti sempre. Ma ho parlato così per la gente che sta qui attorno, perché credano che tu mi hai mandato”.
 Subito dopo gridò con voce forte: “Lazzaro, vieni fuori!”.
Il morto uscì con i piedi e le mani avvolti nelle bende e con il viso coperto da un lenzuolo. Gesù disse: “Liberatelo e lasciatelo andare”.
La gente che era venuta a trovare Maria vide quello che Gesù aveva compiuto. Molti di loro perciò credettero in lui.
Alcuni invece andarono dai farisei e raccontarono quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il tribunale ebraico e dissero: “Che cosa faremo, ora? Perché quest'uomo opera molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui. Allora verranno i romani, e distruggeranno il tempio e la nostra nazione”.
Uno di loro era Caifa, sommo sacerdote in quell’anno. Egli disse: “Voi non capite!  Non vi rendete conto che è meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione!”.
Caifa non parlò così di sua iniziativa, ma perché era sommo sacerdote in quell'anno. Come sommo sacerdote, fece una profezia: disse che Gesù sarebbe morto per la nazione, e non soltanto per la nazione, ma anche per unire i figli di Dio dispersi.
Da quel giorno, dunque, decisero di far morire Gesù.
Per questo, egli evitava di andare e venire pubblicamente per la Giudea, ma si ritirò nella regione vicino al deserto, nella città chiamata Èfraim, e rimase lì con i suoi discepoli.
Quando si avvicinò la Pasqua ebraica, molti dalle campagne salirono a Gerusalemme per purificarsi prima della festa. Là cercavano Gesù, e stando nel tempio dicevano fra loro: “Che ne pensate? Verrà o non verrà alla festa?”.
Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano ordinato: “Chiunque conosce dove si trova Gesù, lo faccia sapere!”. Fecero questo perché volevano arrestarlo.

Ciascuna e ciascuno di noi ha depositato nel suo patrimonio interiore le esperienze della morte di persone care e amiche; i vissuti dolorosi, alle volte traumatici e laceranti, altre più comprensibili e pacati, pure se difficili e tribolati.
L’esperienza della morte coinvolge e interpella l’amore, l’amicizia, i sentimenti, le relazioni, i progetti vissuti, le condivisioni partecipate, sofferte, arricchenti.
Il distacco che la morte provoca lacera proprio il nucleo affettivo profondo e chiede una elaborazione sempre faticosa, che alle volte sembra impossibile: quella di continuare a vivere la presenza della persona cara nella sua assenza.
La vita e la morte sono strettamente intrecciate, più di quanto comunemente si pensi: se assumiamo il termine “naturale” si può considerare come siano poche le morti “naturali”, che avvengono cioè al “compimento” dei giorni, come tempo e significato della vita. Troppe morti sono anzitempo e traumatiche, anche come conseguenze di un modo meno umano o poco umano di condurre la vita. Non che eliminando queste cause si entrerebbe in una presunzione di immortalità, ma nella considerazione dell’importanza fondamentale di prendere a cuore la vita nostra e altrui per non essere complici di situazioni di morte.
E dopo la morte? Si può ritenere che tutto finisca nella  morte e che il ricordo rimanga nelle persone che hanno vissuto insieme nella vita. O che ci sia una Presenza che accoglie la nostra vicenda umana, la riconosce, la purifica, la valorizza nel modo più veritiero e profondo.
Il Vangelo di questa domenica ci racconta della morte e della vita ripresa di Lazzaro, amico di Gesù (Giovanni 11, 1-57). Siamo dentro a relazioni profonde: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro”.
Quando viene a sapere della grave malattia dell’amico dopo due giorni Gesù si muove verso la Giudea, anche se i discepoli lo sconsigliano dato che è  minacciato di morte.
Il dialogo fra lui e i discepoli fa emergere la grande questione del rapporto tra vita e morte; Gesù fa intuire che non è la fine definitiva: “Questa malattia non porterà alla morte, ma servirà a manifestare la gloriosa potenza di Dio e quella di suo Figlio”.
Lazzaro muore e molta gente è vicina alle sorelle Marta e Maria per esprimere loro vicinanza e conforto. È Marta che, per prima, affranta, incontra Gesù e gli dice: “Signore, se tu eri qui mio fratello non moriva!” È un’espressione che esprime tanti commenti pronunciati e  ascoltati da noi riguardo alle cause, alle situazioni, agli interrogativi delle morti. Ma Maria esprime anche confidenza e affidamento, vissuti auspicabili, ma certo non facili: “ E anche ora so che Dio ascolterà tutto quello che gli domandi”.
Gesù nel dialogo commosso si propone come colui che accoglie, alimenta la vita, non abbandona nella morte: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi, chi vive e crede in me non morirà in eterno”. Marta si affida a Gesù: “Sì, io credo che tu sei il Messia”, poi chiama la sorella Maria che, al vedere Gesù, piange così come le persone che le sono vicine.
Gesù è scosso dalla tristezza e dall’emozione; poi davanti al sepolcro, si mette a piangere e suscita il commento commosso dei presenti: “Guarda come gli voleva bene!” Gesù rivela il Dio umanissimo che si commuove e piange. Gesù piange come noi e con noi. Alcuni anche lo criticano per non essere intervenuto ad evitare la morte dell’amico.
Gesù prega il Padre, poi chiede che tolgano la pietra tombale, chiama con voce forte Lazzaro ad uscire dal sepolcro: “Lazzaro, vieni fuori!” Poi invita gli amici a liberarlo dalle bende e dal lenzuolo con cui è avvolto e coperto. Lazzaro diventa per noi segno della possibilità della vita oltre la morte; coinvolgimento a liberarci dalle bende che impediscono quotidianamente la vita: chiusure, ingiustizie, discriminazioni, violenze, guerre, disumanità, ferite dell’animo…; a livello personale, delle relazioni, della società, della politica, della Chiesa.
Come viene interpretato il segno della vita di Lazzaro dopo la morte? Per diverse persone con partecipazione, gioia, speranza, forza interiore, disponibilità ad operare per la vita.
Dagli uomini del potere, a cominciare ad quello religioso, viene interpretato come un segno pericoloso; per loro i segni di novità e di vita che coinvolgono negli ideali, nella partecipazione per il cambiamento vanno mortificati, tacitati e coloro che li propongono emarginati, anche eliminati: “Da quel giorno decisero di far morire Gesù”.

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