DOMENICA 15 MAGGIO 2011 Vangelo di Giovanni 10,1-21
15/05/2011
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PASTORI CREDIBILI, NON FUNZIONARI
Vangelo di Giovanni 10,1-21

Gesù disse: « Io vi assicuro che se uno entra nel recinto delle pecore senza passare dalla porta, ma si arrampica da qualche altra parte, è un ladro e un bandito. Invece chi entra dalla porta è il pastore. A lui il guardiano apre, e le pecore ascoltano la sua voce; egli le chiama per nome e le porta fuori. E dopo averle spinte fuori tutte, cammina davanti a loro. E le sue pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece, non lo seguono, anzi fuggono da lui, perché non conoscono la voce degli estranei ».
Gesù disse questa parabola, ma quelli che ascoltavano non capirono ciò che voleva dire. Gesù riprese a parlare. Disse: « Io sono la porta per le pecore. Ve l’assicuro. Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e banditi; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: chi entra attraverso me sarà salvo. Potrà entrare e uscire e trovare cibo. Il ladro viene soltanto per rubare, uccidere e distruggere. Io invece sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa.
Io sono il buon pastore. Il buon pastore è pronto a dare la vita per le sue pecore. Un guardiano che è pagato, quando vede venire il lupo lascia le pecore e scappa, perché le pecore non sono sue. Così il lupo la scia le pecore e scappa, perché le pecore non sono sue. Così il lupo le rapisce e le dispere. Questo accade perché il guardiano non è pastore: lavoro solo per denaro e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore: io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre. E per queste pecore io do la vita.
Ho anche altre pecore, che non sono in questo recinto. Anche di quelle devo diventare pastore.
Udranno la mia voce, e diventeranno un unico gregge con un solo pastore.
Per questo il padre mi ama, perché io offro la mia vita, e poi la riprendo. Nessuno me la toglie; sono io che la offro di mia volontà. Io ho il potere di offrirla e di riaverla: questo è il comando che il Padre mi ha dato». Sentendo queste parole di Gesù, la folle si divise di nuovo. Molti dicevano: “E’ pazzo, non ragiona. Perché state a sentirlo?”. Altri invece dicevano: “Un pazzo non parla così. Uno spirito maligno non può dare la vista ai ciechi”.

LA RIFLESSIONE DI PIERLUIGI DI PIAZZA

Nella nostra esperienza umana, culturale, professionale, spirituale ciascuno e ciascuna di noi considera alcune persone maestre di vita: possono essere i genitori, un altro familiare; un insegnante, un prete, un vescovo, un papa; un amico o un’amica; persone impegnate nelle istituzioni e nella politica, nella magistratura, nelle forze dell’ordine; appartenenti al mondo del giornalismo, anche a quello dello sport. Insieme alle persone singole si può far riferimento a un gruppo, ad un’esperienza, ad una comunità. Se ci chiediamo nel profondo il perché di quei riferimenti, la risposta indica gli insegnamenti riguardo alle dimensioni importanti, decisive della vita; la disponibilità, la presenza, l’ascolto, l’incoraggiamento ed il sostegno nei momenti di difficoltà e di oscurità. E se ci chiediamo ancora le motivazioni profonde di quei riferimenti, siamo portati ad indicare l’idealità, le parole e soprattutto la coerenza della loro attuazione nella vita. Sentiamo maestre di vita le persone autentiche, senza esaltazioni, senza dipendenze, considerando anche limiti e fatiche.
Nella densa complessità attuale, in tante tragedie che colpiscono vari luoghi e popoli del Pianeta; nella situazione di povertà culturale ed etica e di crisi della politica del nostro Paese, anche con aspetti di inaffidabilità e di corruzione; in una situazione in cui la Chiesa non esprime in parole e fedeltà la profezia che dovrebbe caratterizzarla, più di qualche volta si avverte la mancanza di persone di riferimento. In realtà, sono numerose qui fra noi e in tanti luoghi del Pianeta, ma piuttosto defilate, quasi offuscate dal grigiore e dalla superficialità, dal conformismo e dall’inerzia.
Il Vangelo di questa domenica (Giovanni 10,1-21), ci propone Gesù come guida pienamente credibile, mediante la parabola del pastore e del suo rapporto con il gregge; con riferimenti anche al recinto per le pecore, alla porta e alle modalità di accesso, perché anch’essi indicano un modo di essere e porsi, di agire. Le qualità del pastore buono sono la conoscenza delle pecore derivata dalla condivisione profonda della loro vita; il prendere a cuore la loro condizione, il prendersene cura; guidarle in pascoli erbosi, a ruscelli di acqua limpida; l’essere disponibile a dare per loro la sua stessa vita, in modo libero, cosciente.
Per accentuare ancora le qualità del pastore buono, la parabola accosta a Gesù l’immagine della porta attraversata con la serenità di chi si sente a casa, a differenza di chi pretende di entrare comunque nel recinto del gregge arrampicandosi, forzando, rompendo. Questo è proprio di chi è estraneo, peggio, di chi è ladro usurpatore.
L’immagine del tutto contraria al pastore buono è quella del mercenario, la cui presenza è motivata solo dalla sua funzione retribuita: non prende a cuore la vita delle pecore, anzi se ne disinteressa; alla prima percezione di pericolo, scappa. Queste parole di Gesù ancora una volta dividono la folla. Molti dicono: “E’ pazzo, non ragiona…”. Sembra anche oggi una pazzia la partecipazione, la condivisione profonda delle storie e delle situazioni per poter attribuire significato e credibilità alle parole, alle indicazioni, ai suggerimenti. Più facile, ma illusorio dire dal di fuori, in modo staccato, impersonale, non coinvolto. Questa “pazzia” dell’aprirsi, del donarsi, di condividere in profondità riguarda i genitori e gli insegnanti in particolare, ma anche ciascuna e ciascuno di noi, che nell’ambito del proprio impegno professionale e di volontariato, possiamo esprimere segni credibili per noi e per gli altri.
Per quanto riguarda la Chiesa, la credibilità dei pastori è data dalla fedeltà al Vangelo che annunciano, dalla coerenza nel testimoniarlo nella storia. I funzionari della religione staccati dalla vita, dalle storie delle persone non sono pastori, anche se ne coprono il ruolo; essere pastori non deriva dall’autorità che risiederebbe in una funzione, ma dall’autorevolezza che esprimono la coerenza e la forza dei segni. Tanti sono i funzionari della religione; lo Spirito del Signore per sua bontà non ha mai fatto mancare i pastori autentici, i profeti, i martiri.

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