DOMENICA 12 FEBBRAIO 2012 Vangelo Marco 1, 40-45
12/02/2012
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DOMENICA 12 FEBBRAIO 2012
Accogliere, non escludere
Vangelo di Marco 1, 40-45

Un lebbroso venne verso Gesù, si buttò in ginocchio e gli chiese di aiutarlo. Diceva: «Se vuoi, tu puoi guarirmi». Gesù ebbe compassione, lo toccò con la mano e gli disse: «Sì lo voglio: guarisci!». Subito la lebbra sparì e quell’uomo si trovò guarito. Allora Gesù gli parlò severamente e lo mandò via dicendo: «Ascolta! Non dir niente a nessuno di quello che ti è capitato. Vai invece dal sacerdote e fatti vedere da lui; poi offri il sacrificio che Mosè ha stabilito nella legge, per mostrare a tutti che sei guarito dalla lebbra». Quell’uomo se ne andò, ma subito cominciò a raccontare quello che gli era capitato. Così la notizia si diffuse, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città. Se ne stava allora fuori, in luoghi isolati; ma la gente, da ogni parte, veniva ugualmente da lui.

Quando si nomina la lebbra si pensa a una condizione di particolare gravità e contagio. Il bacillo è stato isolato nel 1873 da Gerhard Hansen e per questo la malattia è definita morbo di Hansen. Anche se è perfettamente curabile ancor oggi la si considera spesso con un pesante stigma sociale verso le persone che ne sono affette che, anche se guarirete completamente, sono considerate diverse. Le persone colpite annualmente dalla lebbra nel mondo sono 700.000; subito si pensa alla straordinaria testimonianza di Raoul Follereau "l'apostolo dei lebbrosi" e qui in Friuli all'associazione "i nostri amici lebbrosi" di Daniele Sipione.
Per altre condizioni di vita le persone vengono considerate come fossero "lebbrose" da tanti, che esprimono con diversa intensità un certo modo di pensare piuttosto diffuso: nei confronti di chi è ammalato di AIDS; di chi è costretto ad affollare le carceri, di chi è dipendente dalle sostanze; di chi è omosessuale, di chi è disabile. Certamente è avvenuto un processo di cambiamento delle coscienze, ma ancora minoritario rispetto alla mentalità dominante; di conseguenza, troppe volte si guardano le persone diverse con sospetto, e i meccanismi sociali, culturali, politici e religiosi le emarginano; alle volte anche chi pensa e vive una riconoscibile diversità, in modo alternativo, nella società e anche nella Chiesa viene lasciato a se stesso, contrastato con parole, decisioni, gesti; oppure isolato con il silenzio, come se non esistesse, non parlasse, non operasse.
Il Vangelo di questa domenica (Marco 1,29-39) ci narra l'incontro di Gesù di Nazaret con un lebbroso. È doveroso ricordare come le malattie in generale e quelle più evidenti in particolare erano considerate castighi di Dio per qualche comportamento di infedeltà, devianza, peccato. Questa mentalità retributiva colloca Dio come colui che premia o castiga, a seconda dei comportamenti dell’uomo.
In particolare, la malattia della lebbra rendeva evidente questa mentalità; per la paura del contagio, ma ancor più per una conseguenza dettata dalla religione del castigo e dell'emarginazione, i lebbrosi erano obbligati a lasciare la comunità, a vivere da soli o in gruppo in luoghi isolati, a evidenziare nella trascuratezza del vestito e del portamento la loro condizione; erano costretti a gridare la loro presenza perché gli altri potessero evitarli e stare ad una distanza di sicurezza. Il dio della sinagoga e del tempio stava quindi alla sommità gerarchica di questo meccanismo di esclusione.
Il Dio che si rende presente nelle parole e nei gesti di Gesù rompe in modo clamoroso il meccanismo della retribuzione, della punizione, dell’emarginazione e concretamente vive la compassione per il lebbroso che a lui si rivolge, cioè partecipa profondamente alla sua condizione di sofferenza e di emarginazione; rompe il suo isolamento toccandolo con la mano; lo invia dal sacerdote che, dato che in precedenza ha sancito l’esclusione, ora è chiamato a decretare la guarigione, provocato da quel cambiamento inatteso anche a ripensare quel sistema religioso che discrimina. Gesù raccomanda anche il silenzio che eviti un’adesione solo emotiva, ma tale è la gioia di quell’uomo guarito che lui stesso diffonde la buona notizia. Ne deriva una conseguenza per Gesù: dato che ha toccato il lebbroso non può entrare pubblicamente in città e se ne sta fuori in luoghi isolati che la gente comunque scopre e poi raggiunge. Come a dire: condividere la condizione di chi è ai margini, escluso, comporta l’esclusione da parte della cultura dominante e delle istituzioni che la esprimono. Ma questa è la strada del futuro umano a cui il Vangelo ci provoca: rompere i meccanismi di emarginazione ed esclusione, proporre e vivere l’attenzione, la premura, la cura. Così p. Balducci a proposito, riferendosi a Francesco d’Assisi: “Il servizio reso ai lebbrosi non fu per Francesco un eroico servizio di carità; fu la pratica rivelativa del vero fondamento del rapporto fra l’uomo e l’uomo e dunque del rapporto fra l’uomo e Dio, il metro aureo per misurare la disumanità del mondo così com’è e dunque, per contrasto, le fondamenta del mondo come dovrebbe essere”.

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