DOMENICA 11 MAGGIO 2014 Vangelo di Giovanni 10,1-21
11/05/2014

DOMENICA 11 MAGGIO 2014
DIVENTARE CREDIBILI
Vangelo di Giovanni 10,1-21

Gesù disse: « Io vi assicuro che se uno entra nel recinto delle pecore senza passare dalla porta, ma si arrampica da qualche altra parte, è un ladro e un bandito. Invece chi entra dalla porta è il pastore. A lui il guardiano apre,  e le pecore ascoltano la sua voce; egli le chiama per nome e le porta fuori. E dopo averle spinte fuori tutte, cammina davanti a loro. E le sue pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece, non lo seguono, anzi fuggono da lui, perché non conoscono la voce degli estranei ». Gesù disse questa parabola, ma quelli che ascoltavano non capirono ciò che voleva dire. Gesù riprese a parlare. Disse: « Io sono la porta per le pecore. Ve l’assicuro. Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e banditi; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: chi entra attraverso me sarà salvo. Potrà entrare e uscire e trovare cibo. Il ladro viene soltanto per rubare, uccidere e distruggere. Io invece sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa. 
Io sono il buon pastore. Il buon pastore è pronto a dare la vita per le sue pecore. Un guardiano che è pagato, quando vede venire il lupo lascia le pecore e scappa, perché le pecore non sono sue. Così il lupo la scia le pecore e scappa, perché le pecore non sono sue. Così il lupo le rapisce e le dispere. Questo accade perché il guardiano non è pastore: lavoro solo per denaro e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore: io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre. E per queste pecore io do la vita.
Ho anche altre pecore, che non sono in questo recinto. Anche di quelle devo diventare pastore. Udranno la mia voce, e diventeranno un unico gregge con un solo pastore.
Per questo il padre mi ama, perché io offro la mia vita, e poi la riprendo. Nessuno me la toglie; sono io che la offro di mia volontà. Io ho il potere di offrirla e di riaverla: questo è il comando che il Padre mi ha dato». Sentendo queste parole di Gesù, la folle si divise di nuovo. Molti dicevano: “E’ pazzo, non ragiona. Perché state a sentirlo?”. Altri invece dicevano: “Un pazzo non parla così. Uno spirito maligno non può dare la vista ai ciechi”.

A ciascuna e a ciascuno di noi è richiesta la responsabilità libera e cosciente delle nostre parole, delle nostre decisioni e azioni. Siamo a conoscenza, per altro sempre da approfondire, della delicatezza del rapporto continuo fra le scelte personali e gli influssi e i condizionamenti della società in cui viviamo, oggi molteplici rispetto a pochi decenni orsono. 
Riflettiamo spesso sull’importanza dei processi educativi che riguardano la sensibilità del cuore e la rettitudine della coscienza; ci chiediamo quali possono essere i maestri e le maestre, i riferimenti e le guide nella vita, riconoscendo subito le persone che tali sono state e continuano ad essere per noi.
Nel Vangelo di questa domenica (Giovanni 10,1-21) Gesù di Nazaret si propone come pastore e anche come porta attraverso cui entrano ed escono le pecore, cioè come passaggio di vita, di nutrimento e poi di accoglienza e di riposo. Lui si propone come il  pastore buono perché condivide la vita delle pecore; le conosce ed esse conoscono lui; riconoscono la sua voce; le porta in pascoli erbosi, a ruscelli di acqua limpida e fresca; si prende a cuore la loro vita e se ne cura; si preoccupa dei possibili pericoli e quando incombono è disponibile a dare la sua vita per salvare la loro; e questo perché la sua vita  i rapporti con loro sono attraversati e sostenuti dall’amore, non da logiche di potere, di successo, di vantaggi e di tornaconti. Si pone in netto contrato e in alternativa con il mercenario che svolge il suo compito di sorveglianza delle pecore solo per interesse, a cui non importa nulla della loro vita, che è pronto a scappare di fronte ad un pericolo; ed egualmente si pone in netta alternativa a chi entra nell’ovile in diversi modi solo per rubare, uccidere e distruggere. Un’immagine, questa del pastore, che non deve diventare uno stereotipo edulcorato, ma costituire una provocazione, una prospettiva e una guida per noi tutti, a cominciare da chi vive compiti educativi, umanitari, sociali e politici.
Condividere la vita per poter esprimere parole di riferimento e di guida dovrebbe essere proprio dei genitori, degli insegnanti, dei medici, degli infermieri, di chi è impegnato nelle istituzioni e nella politica. SE non si prendono a cuore le storie delle persone come si può essere di riferimento e di guida? Non si può essere credibili, né esprimere autorevolezza che deriva da scelte coerenti.
Nella Chiesa, dalle nostre comunità locali fino alla Chiesa universale, a Francesco, si può essere riferimento solo quando si è fedeli al Vangelo di Gesù. Su questa dimensione essenziale e su  questa prospettiva di credibilità papa Francesco ha orientato scelte e atteggiamenti inequivocabili; ha indicato una Chiesa non autoreferenziale, non narcisista, non clericale, non preoccupata di sé e della sua organizzazione, ma che invece abita le periferie esistenziali, è disponibile, accogliente; una Chiesa in cui i pastori hanno l’odore delle pecore, non sono funzionari, non carrieristi; una Chiesa come un ospedale da campo in cui ci si preoccupa di curare le ferite; una Chiesa “sporca” perché si mescola nei drammi e nelle speranze delle storie umane; con pastori pieni di misericordia e di tenerezza. Un Chiesa slegata dal potere, povera e dei poveri. La Chiesa del Vangelo di Gesù di Nazaret.

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