DOMENICA 16 AGOSTO 2009 Vangelo di Giovanni 6, 51-58
16/08/2009
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SEDUTI ALLA MENSA DELLA GIUSTIZIA, EGUAGLIANZA E FRATERNITA’

Vangelo Giovanni 6, 51-58

Io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre. Il pane che gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita. Gli avversari di Gesù si misero a discutere tra di loro. Dicevano: “Come può darci il suo corpo da mangiare?”. Gesù replicò: “Io vi dichiaro una cosa: se non mangiate il corpo del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue ha la vita eterna,  e io lo risusciterò l’ultimo giorno; perché il mio corpo è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda, Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui. Il Padre è la vita: io sono stato mandato da lui e ho la vita grazie a lui; così chi mangia me avrà la vita grazie a me. Questo è il pane venuto dal cielo. Non è come il pane che mangiarono i vostri antenati e morirono ugualmente; chi mangia questo pane vivrà per sempre”.

 Non è certo un caso che  l’intero capitolo 6° del Vangelo di Giovanni, di cui in questa domenica continuiamo la lettura e la meditazione (6, 51-58) sia dedicato al pane, per l’esperienza inattesa e straordinaria della condivisione dei pani e dei pesci tra una folla enorme e per il seguente dialogo fra Gesù e i suoi interlocutori riguardo proprio al pane, alla sua presenza o assenza, al suo significato; al rapporto fra realtà concreta e rimandi simbolici, fra materialità e spiritualità, esigenze del corpo e dell’anima, senza divisioni dualistiche, proprio rispondenti all’unità dell’essere umano che mette insieme e comprende le dimensioni istintive e materiali e quelle dello spirito e della libertà. La presenza di cibo è segno di giustizia, tante volte di eccessi, la sua mancanza lo è di povertà, di miseria, troppo spesso di morte. Il pane così importante per la nostra società e la nostra cultura, anche per la celebrazione dell’Eucarestia, trova il corrispondente presso altri popoli, ad esempio nelle tortillas di mais in America Latina; nel riso in diversi paesi del mondo…Condividere il cibo non è solo dimensione materiale, ma anche simbolica, di incontro e di comunione, per questo evidenzia anche i silenzi imbarazzati, le tensioni, i conflitti attorno ad una tavola. È un valore apprezzare il cibo che è espressione concreta di dimensioni materiali, culturali e spirituali; che concentra sapori, odori, abilità creativa e operativa; servirsi reciprocamente il cibo, passarselo, è esperienza profondamente umana. Spesso nella nostra società il riferimento simbolico al cibo è indebolito dal renderlo merce quantitativa; di conseguenza la mensa è meno umana; diventa tale quando sedersi attorno è espressione di amore, di amicizia, di condivisione, di idealità, di percorsi, di fatiche, di delusioni, di dolori, di speranze. L’essere commensali è esperienza fondamentale nel nostro essere umani; e più si avverte la profondità dell’amore, dell’amicizia, della disponibilità gratuita, più ci si ciba del pane e degli altri alimenti e insieme dell’umanità che, seduta a quella mensa si incontra. Questo sembra essere il senso profondo delle parole di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre”. E, in risposta alle obiezioni, afferma: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui; ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Una vita totalmente donata dunque comunica essenzialità ed autenticità, significati profondi, situazioni di vita permanenti nel tempo, tale è la loro pregnanza e la loro forza. La vita donata da Gesù di Nazaret nel suo incontro quotidiano con le persone; la vita donata come martire, ucciso dai potenti di questo  mondo per il suo essere rivoluzionario  e pretendere rivoluzioni nei cuori, nelle coscienze, nei rapporti con le persone, con il danaro, il potere, la religione; la sua vita oltre la morte, dono continuo che nutre la nostra speranza ragionevole in un futuro molto più umano. La celebrazione dell’Eucarestia dovrebbe essere il segno speciale di questa presenza, di queste relazioni, di questo impegno conseguente a costruire giustizia e fraternità. È stata ed è troppo spesso ridotta a rito che si ripete e si esaurisce in se stesso, svuotato da quella forza profetica coinvolgente, appassionante, propulsiva con cui si dovrebbe vivere per ricevere forza e coraggio per imbandire ogni giorno per tutti la mensa della nuova umanità. Gesù ha vissuto la convivialità con chi lo ha invitato, senza distinzioni: con pubblicani, peccatori, farisei, ammalati, poveri, donne, ponendosi sempre in modo aperto senza privilegi, osservanze, rituali, posti d’onore  tanto che i suoi critici lo accusano di essere “ mangione e beone, amico dei peccatori”. Per descrivere la mensa della nuova umanità ha raccontato una parabola; di fronte ad alcuni che rifiutano l’invito, il re ha detto ai suoi messaggeri: “Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovano, cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali”. Un insegnamento simile ci viene dall’Oriente. Il Veggente risponde ad un discepolo riguardo alla vera commensalità. Dopo aver descritto la situazione in cui tanta gente attorno ad una montagna di riso moriva di fame perchè ciascuno cercava di mangiare senza preoccuparsi di chi gli era vicino, usando dei bastoncini lunghi un metro, ha descritto: “Persone sedute a tavola ancora attorno ad una montagna di riso fumante. Erano tutte affamate, ma ciascuno prendeva il riso e lo portava alla bocca dell’altro. Si servivano gli uni gli altri con una immensa cordialità. Uniti e solidali, come fratelli e sorelle, una grande mensa del Tao, come figlie e figli della Terra”.

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