DOMENICA 06 DICEMBRE 2009 Vangelo di Luca 3, 1-6
06/12/2009

PROFEZIA E TESTIMONIANZA DENTRO LA STORIA

Vangelo Luca 3, 1 – 6


Era l’anno quindicesimo del regno dell’imperatore Tiberio. Ponzio Pilato era governatore nella provincia della Giudea. Erode regnava sulla Galilea, suo fratello Filippo sull’Iturea e sulla Traconitide, e Lisania governava la provincia dell’Abilene, mentre Anna e Caifa erano sommi sacerdoti. In quel tempo Giovanni, il figlio di Zaccaria, era ancora nel deserto. Là Dio li chiamò. Allora Giovanni cominciò a percorrere tutta la regione del Giordano e a dire: « Cambiate vita, fatevi battezzare, e Dio perdonerà i vostri peccati». Si realizzava così quello che aveva scritto il profeta Isaia nel libro delle sue profezie: Ecco, una voce risuona nel deserto: Preparate la strada al Signore che viene! Spianate le vie per il suo passaggio: Le valli siano tutte riempite, le montagne e le colline abbassate. Raddrizzate le curve delle strade, togliete tutti gli ostacoli. Allora tutti vedranno che Dio è il Salvatore.

Abbiamo conosciuto personalmente o per testimonianze di altre persone, o per letture ed approfondimenti diventati poi patrimonio interiore, persone particolarmente significative per le loro parole e le loro azioni, per la coerenza della loro vita.
 È certamente importante, proprio per comprenderne in modo più profondo la portata, collocarle nel contesto storico in cui sono vissute  e in cui è emersa la loro testimonianza.
Di recente ho vissuto l’esperienza della memoria di alcuni martiri dell’America Latina, per alcuni giorni in Colombia, per altri successivi in Salvador. Nella regione del Cauca, a sud – occidente della Colombia con il popolo indigeno Nasa ho vissuto la memoria del primo sacerdote indio padre Alvaro Ulcué, ucciso a 41 anni, il 10 dicembre 1984 dentro a coordinate geografiche e politiche di dominio di gruppi del potere e del latifondo che, con l’intervento di gruppi armati, non tolleravano che un prete vivesse una fede incarnata nella storia del suo popolo, impegnata per la giustizia e per uno sviluppo integrale delle persone e delle comunità.
In Salvador ho vissuto la memoria del 20° anniversario del martirio dei sei padri gesuiti che guidavano l’Università del Centro America, (UCA) a cominciare dal Rettore Ignacio Ellacunia e insieme a loro di Julia Elba e della figlia quindicenne Celina. Un’esecuzione dell’esercito e degli squadroni della morte, dentro a coordinate politiche e militari in cui erano accusati di incoraggiare o addirittura di far parte del movimento armato di ribellione alle oligarchie economiche e al loro braccio armato. Si possono fare i nomi dei responsabili e riconoscere le strategie.  Come pure per l’uccisione del vescovo Romero, il 24 marzo 1980 mentre alzava il pane e il vino dell’offerta dell’Eucarestia. In tutte queste vicende emerge una fede incarnata nella storia come luce, forza, guida e sostegno nel processo di liberazione, di giustizia, di vita degna per tutte le persone.
In questo ambito si possono collocare la lettura e la meditazione del Vangelo di questa domenica (Luca 3, 1- 6) che circostanzia l’anno e i nomi dell’imperatore Tiberio, del procuratore Pilato, dei governanti le province tutt’intorno, dei sommi sacerdoti per evidenziare la presenza di un profeta, di Giovanni che si trova nel deserto per riflettere e pregare; per assumere un compito. “Là nel deserto Dio lo chiama”. Dio può chiamare ovunque, ma alcuni luoghi sono maggiormente idonei per poter ascoltare il suo invito: in mezzo ai poveri, ai colpiti, alle vittime, al loro dolore, al loro bisogno di riscatto si può avvertire in modo molto più profondo, evocativo, dinamico la chiamata che provoca all’assunzione di responsabilità.
 Giovanni invita incessantemente la gente a convertirsi, a cambiare vita e ad esprimere questa volontà di cambiamento con la purificazione nell’acqua del fiume Giordano. In questo modo fa riecheggiare la voce del profeta Isaia, che grida nel deserto di “preparare la via del Signore, di spianare i sentieri, di riempire le valli, di abbattere montagne e colline e, di raddrizzare le curve delle strade, di spostare gli ostacoli perché Dio è Salvatore”.
Una delle affermazioni terribili di questo tempo così si esprime elevando le montagne, aumentando gli ostacoli: “La civiltà occidentale, di cui il nostro Paese è una delle culle, scaturisce dal sistema di valori di cui la cultura cristiana si è resa interprete nel corso dei secoli; in questa dimensione il crocifisso è diventato il simbolo stesso della nostra identità culturale, di fratellanza, di pace e di giustizia; questi valori assumono una rilevanza ancor più rilevante in presenza di fenomeni migratori di massa, che mettono a confronto culture e religioni diverse”.
 Il crocifisso è il simbolo di Gesù di Nazaret ucciso dai poteri di questo mondo per il suo amore incondizionato. Guardare al simbolo dl crocifisso può significare solo vivere la memoria del suo Vangelo di giustizia, di fede, di accoglienza e coinvolgerci con le persone e i popoli crocifissi di oggi, la maggior parte dell’umanità. Utilizzarlo come strumento contro gli altri diversi è un’autentica bestemmia, è negare il Crocifisso che con le sue braccia aperte accoglie tutti.

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