81° Anniversario della Liberazione

di Paolo Iannaccone

Di seguito l'intervento che il nostro presidente, Paolo Iannaccone, ha tenuto domenica 26 aprile a Palmanova, presso la Caserma Piave, nell'81° anniversario della Liberazione dell'Italia (analogo intervento ha potuto tenere nella mattinata di sabato 25 aprile, alla Loggia comunale di piazza del Popolo a San Vito al Tagliamento, e nel pomeriggio, al termine del corteo, in piazza dell'Unità d'Italia, a Trieste).

Ringrazio il vicesindaco Luca Piani per le parole che ci hanno aiutato a introdurci nel cuore di questa importante ricorrenza. A lui e a tutta l’Amministrazione comunale di Palmanova, alle Autorità presenti, alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, alle sezioni dell’ANPI e dell’ANED e a ogni singolo cittadina e cittadina presenti un saluto che, in questo tempo è necessario diventi sempre più un abbraccio di pace.

Ringrazio chi mi ha invitato per l’onore che mi hanno donato anche nel concedermi la possibilità di condividere con tuti voi qui presenti alcuni pensieri su questa importante Festa nazionale.

L’81° Anniversario della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal fascismo ci esorta ancora una volta a misurarci con i valori di libertà e di pace, di solidarietà e di giustizia, che animarono la rivolta morale del popolo italiano contro gli orrori della guerra, contro le violenze disumane del nazi-fascismo, contro l’oppressione di un devastante sistema autoritario.

L’antifascismo fu – e resta – elemento costituivo dell’Italia repubblicana. Ora, da una parte, possiamo affermare che il fascismo come regime e insieme di istituzioni non esista più; dall’altra, però, è innegabile che sia ancora un sentimento attuale, se lo intendiamo come un modo di intendere la politica fondato sulla prevaricazione sulle idee altrui e come stato d’animo di insofferenza verso il confronto, di voglia di risolvere i problemi in maniera sbrigativa e antidemocratica.

Per questo ci terrei a sottolineare che questa ricorrenza non è né faziosa, né di parte, non dovrebbe neppure essere divisiva, ma una ricorrenza nella quale ogni Italiano – giovane o adulto, uomo o donna, a qualunque appartenenza culturale, politica e religiosa faccia riferimento – dovrebbe riconoscersi e ritrovarsi.

Perché l’insurrezione del 25 aprile 1945 non segnò solo la fine della guerra e il ritorno alla libertà, ma al contempo l’avvio per la nostra nazione di un nuovo percorso, che, pur nella diversità di visioni e di modalità di attuazione, ha visto donne e uomini della Resistenza e della Liberazione codificare ideali fondamentali – come estensione dei diriti umani, libertà, giustizia e partecipazione democratica – che hanno dato vita alla nostra Costituzione, della quale dovremmo essere orgogliosi, perché è un libro davvero aperto sul futuro! Al di là delle migliorie sempre possibili da apportare per ogni legge, anche per quelle che regolano la giustizia, il segnale pervenuto dal recente Referendum, sia dal punto di vista dell’affluenza alle urne sia per il risultato, mi pare vada nella direzione di quel riconoscimento.

Questo percorso si chiama democrazia: non una formalità, ma un patrimonio che ci è stato consegnato; non una conquista fatta – come per la libertà – una volta per sempre, ma che necessita di essere praticata e praticata in modo “sano”, perché, se manca il fondamento di un radicamento in una visione etica e della persona umana, rischia di diventare – come ha recentemente ricordato papa Leone – “una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite”.

Per arrivare alla democrazia è necessario, dunque, tornare alla parola liberazione. In quella parola troviamo uniti due elementi fortemente evocativi:

- la libertà, anelito di ogni donna e di ogni uomo sulla faccia della terra, perché se la vita non è libera, non è umana! Ed è in vista della libertà e affinché la vita non diventi disumana che c’è stato chi – da partigiano – ha lottato per sé e per gli altri, fino al sacrificio di sé.

Ma attenzione ai fraintendimenti: non si tratta banalmente della lotta per una libertà esclusivista che, sgomitando, permetta di esercitare un potere alternativo, di fare ciò che si vuole, anche a discapito degli altri, calpestando gli altri, umiliando gli altri, scartando gli altri, dimostrando quanto di fatto si possa divenire schiavi del proprio ego, come stiamo assistendo in modo disarmante e imbarazzante in questi mesi.

La libertà autentica necessita di coniugarsi con le parole responsabilità e solidarietà, abbisogna di rapportarsi a un “tu”, a chi incrociamo camminando per strada, di fronte a noi, a fianco di noi, incontro a noi;

la libertà autentica è capace di tener conto del legame che abbiamo con l’altro, scorgendo nell’alterità non un nemico, ma, a partire dal suo volto, una via per trovare sé stessi… sì, perché è l’incontro dei volti che ci dice chi siamo e per chi siamo; e “i confliti e tutte le guerre trovano la loro radice [proprio] nella dissolvenza dei volti” – ci ricordava Tonino Bello, volti che spariscono perché diventano numeri, cifre statistiche, narrazioni ideologiche;

la libertà autentica sa abitare il confine non come luogo di scontro, ma come luogo d’incontro che ci aiuta a trovare – come la stessa parola cum-finis suggerisce – quei “fini comuni” capaci di farci sentire, pur nella diversità di cui ognuno è portatore, parte della medesima umanità;

la libertà autentica supera il capriccio e riconosce la dignità dell’altro lottando perché essa sia riconosciuta. Perché – come affermava Gino Strada – “i diritti degli uomini devono essere di tuti gli uomini, proprio di tuti, sennò chiamateli privilegi”.

-Il secondo elemento che troviamo nella parola liberazione è l’azione, cioè quel terreno in cui la libertà smette di essere un concetto astratto e diventa una realtà concreta. Una realtà che si fa lavoro, fatica, sacrificio, investimento di idee, forze e tempo per la salvaguardia di un mondo che sta per essere “distrutto da un manipolo di tiranni”, come affermato da papa Leone.

Domandiamoci, allora, se questa ricorrenza sia importante solo per ricordare la liberazione dai dolorosi fatti di un passato ancora recente o non ci esorti piuttosto, memori di quella Storia, a essere sentinelle – capaci di scorgere l’aurora – perché oggi, 81 anni dopo, si possa far fronte ad altri fatti drammatici impegnandoci sul fronte di altre liberazioni da attuare, sulla promozione della dignità di persone e popoli.

Vorrei sottolineare almeno cinque liberazioni che a mio avviso hanno l’urgenza di essere promosse e che a noi sentinelle sono affidate:

1. In questo luogo così significativo per esser stato luogo di sofferenza e di martirio, non posso non partire dalla tanto attesa liberazione dall’ideologia di guerra che, nel nome della difesa, schiaccia soprattutto i poveri e gli ultimi; la liberazione dalla corsa al riarmo che, nel nome della sicurezza, oltre ad amplificare la cultura di morte (pensiamo al significato a 80 chilometri da qui della Base Usaf di Aviano), sottrae risorse al welfare, alla scuola, alla sanità; la liberazione dalla militarizzazione delle scuole e delle università; e soprattutto la liberazione delle vittime di genocidio, guerre e violenze, come quelle di cui si parla un giorno sì e un giorno pure, per evidenti interessi economici da parte del nostro Occidente, e come molte altre, circa una sessantina, delle quali poco o nulla si sa, eppure dai medesimi, nefasti esiti;

2. la liberazione dalla mentalità razzista e xenofoba che si fa legge e che, introducendo norme spesso feroci, ingiuste, illegali e irrispettose della dignità delle persone e dei loro diriti essenziali, si fa respingimento ed esternalizzazione delle frontiere: pensiamo solo a quanto costruito in Albania. Clamore in questi ultimi giorni ha fatto l’emendamento al Decreto Sicurezza, approvato venerdì scorso e divenuto legge, ma anche subito corretto da un ulteriore Decreto con disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti, perché Mattarella non lo avrebbe firmato: prevedeva un compenso per l’avvocato, se lo straniero assistito presentava domanda di “rimpatrio volontario” e veniva effettivamente rimpatriato, “trasformando – lo affermano le Camere Penali italiane – il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione”. Si pensa di risolvere in questi modi il fenomeno migrazioni, ma si produce di fatto solamente un logoramento dello stato di diritto; 

3. la liberazione dei CPR, vere e proprie istituzioni totali vergognose che producono sofferenza e morte, dove i migranti che non hanno commesso alcun reato, e che, come unica colpa, non sono riuscite a ottenere i documenti giusti, si trovano in regime di detenzione amministrativa e senza la possibilità di veder riconosciuti i propri diritti, in primis quello alla salute. Solamente poche settimane fa eravamo a manifestare davanti al CPR di Gradisca d’Isonzo assieme a Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro, simbolo della libertà conquistata con Franco Basaglia e con la legge 180 verso l’altra istituzione totale che era il manicomio;

4. la liberazione vissuta negli Istituti penitenziari per la grave situazione vissuta all’interno. Oggi seguiamo con grande preoccupazione l’iter parlamentare del Decreto Sicurezza attualmente all’esame del Senato: un provvedimento incostituzionale che rischia di avere conseguenze gravissime sulla vita democratica del Paese e sul sistema penitenziario italiano. Tra le disposizioni che destano maggiore allarme, l’introduzione di operazioni sotto copertura negli Istituti penitenziari, che consentirebbe agli ufficiali dei nuclei investigativi della Polizia penitenziaria di essere esonerati dalla responsabilità penale per reati commessi durante questo tipo di operazioni. Una misura pericolosa che, nelle carceri italiane già devastate dal sovraffollamento e da un numero drammatico di suicidi, già appesantite dall’introduzione di nuovi reati e nuovi aggravamenti di pena, rischia concretamente di minare ulteriormente i rapporti fra le persone all’interno degli Istituti, seminando sospetto, paura e tensione. La soluzione non sta certo nell’inasprimento delle pene, né nella criminalizzazione minorile; non sta nella deriva securitaria che sembra voler sostituire lo stato di Diritto con lo stato di Polizia, trasformando l’esclusione e il disagio in una colpa individuale da sanzionare, anziché in un fallimento collettivo delle politiche sociali da riparare;

5. infine e non da ultima, la libertà di stampa: quando manca l’informazione e l’informazione libera, a rischio è la stessa democrazia! Secondo il Report 2025 di Reporter Senza Frontiere, l’Italia è al 49° posto su 180 Paesi per la libertà di stampa, peggior risultato in Europa occidentale: fanno discutere le leggi bavaglio, che limitano la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare in contrasto con l’Art. 21 della Costituzione, fanno specie le querele temerarie verso i giornalisti d’inchiesta e l’insicurezza nello svolgimento del loro lavoro, fa preoccupare la mancata applicazione dell’EMFA - European Media Freedom Act, entrato in vigore l’8 agosto 2025 come regolamento europeo che protegge l’indipendenza e il pluralismo dei media nell’UE, obbligando gli Stati membri a garantire l’indipendenza editoriale, proteggere le fonti giornalistiche dagli spyware e aumentare la trasparenza della proprietà.

È dunque una ricorrenza che parla ancora di liberazione per l’oggi. Una liberazione non solo come un evento della storia, ma come un processo che continua ogni volta che riconosciamo dignità a chi rischia di esserne privato.

Sentiamoci chiamati, ognuno con il proprio specifico, a non vivere sugli allori, a non delegare, e a fare la nostra parte. Così affermava ieri don Luigi Ciotti: “Tutti dobbiamo sentirci antifascisti, moderni partigiani di fronte alle scelte etiche che la vita pubblica ci impone”.

La democrazia è proprio questo: l’opportunità di essere protagonisti, insieme agli altri, del nostro domani, senza rinnegare i grandi valori etici, profondamente umani, che hanno sempre fatto grande il nostro Paese.

Permettetemi, di terminare citando un alunno di 5a elementare di San Vito al Tagliamento, che ha definito così la libertà: “La libertà è volare come un uccello su un prato aperto che, alzando la forza della voce, regala la libertà a qualcuno”. Che questo sogno possa divenire realtà.

È solo dentro questa cornice che, senza retorica e con commozione, mi sento di dire ad alta voce:

Viva il 25 aprile! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

Paolo Iannaccone
 

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