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Allora, forza! Forza! Pierluigi non è morto
L'omelia di don Luigi Ciotti
Domenica 17 maggio 2026, chiesa parrocchiale di Tualis (UD)
L'omelia di don Luigi Ciotti alla celebrazione eucaristica dell’Ascensione del Signore e nel ricordo del 4° anniversario della partenza di Pierluigi Di Piazza.
Avete sentito dagli Atti degli Apostoli il racconto che mette in rilievo il modo di stare dei discepoli di fronte all’ascensione del Signore: «Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava» (At 1,10). Stavano con lo sguardo fisso.
Gli angeli riportano gli apostoli coi piedi per terra: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). Perché è qui, è qui sulla terra che pulsa il seme della risurrezione. Non lassù, quaggiù!
Il Risorto chiede ai suoi discepoli – ed è il Vangelo che abbiamo ascoltato – di fare in modo che altri facciano anche loro i discepoli. «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). «Andate», «andate»! E qui viene richiamato con forza il rischio – che è un rischio di tutti – di fare della fede solo uno sguardo in alto, che spinge a guardare il cielo. Molte volte si guarda solo il cielo per evadere dalla realtà della terra, dalle responsabilità che abbiamo qui sulla terra.
Siamo chiamati a saldare il cielo con la terra, a non dimenticarci che – ce lo ricordava un grande studioso della Parola di Dio, il gesuita Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano – l’ambizione e la missione della Chiesa è l’essere coscienza critica della società in cui vive e voce propositiva dei valori più alti e vitali. Sì, missione della Chiesa è essere “coscienza critica” e “voce”. La Chiesa deve abitare la storia! La Chiesa non può rimanere ai margini della lotta per la giustizia, dell’impegno per la ricerca della verità e della pace. La Chiesa deve abitare la storia, «andare», andare incontro alle speranze di giustizia di ogni persona e – come ci ricordava papa Francesco – al di là delle fedi e degli orientamenti culturali.
Voi sapete molto bene che Gesù ammoniva dicendo «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E allora non stiamo solo con lo sguardo fisso a guardare il cielo; anche a noi è rivolto questo invito ad «andare», andare a metterci in gioco e soprattutto ad abitare la storia, i volti, le fatiche e le speranze di tante persone.
E non dimentichiamo mai che, proprio nel Vangelo, Gesù raccomanda di non dire tante parole, ma di compiere tanti gesti di amore e di speranza nel nome del Signore. Ecco il cuore dell’annuncio: compiere tanti gesti di amore e di speranza nel suo nome.
E allora, forza, cari amici e amiche, siamo chiamati a trasformare la realtà con la forza del Vangelo nella responsabilità e condivisione verso tutti, preferendo coloro che vivono nel rovescio della storia e hanno bisogno di riscatto e di liberazione.
«Andate» è l’invito che abbiamo sentito. «Andate,… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20), dice il Signore. E sappiate che io sarò sempre con voi: «sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
E qui emerge l’amore preferenziale per i piccoli, per i poveri, per i più vulnerabili, che è stato anche l’asse portante attorno a cui si è articolata tutta l’esistenza del nostro Pierluigi.
Allora lasciatemi dire: caro Pierluigi, anche tu hai cercato il Signore nelle strade, sei «andato», hai vissuto queste sollecitazioni degli Atti degli Apostoli e di questa pagina del Vangelo di oggi. Sei «andato» anche tu nelle strade del mondo, tra i lamenti di chi patisce gravi ingiustizie oppure combatte con le proprie fragilità. Hai riconosciuto gli occhi di Dio negli invisibili, negli ultimi, e lì hai capito che il Vangelo non è un libro. No, il Vangelo non è un libro, è una pelle che si tocca. Gesù non chiedeva ai lebbrosi il certificato di battesimo per guarirli. L’hai capito e l’hai vissuto. E tu, Pierluigi, con la tua testa dura, hai imparato e testimoniato che il Signore abita fra coloro che la società considera come scarto. A Zugliano, al Centro “Balducci”, luogo di accoglienza e di promozione culturale, gli scarti accolti: le persone migranti senza documenti, le persone malate nel fisico o nello spirito, le persone vittime di una dipendenza o dello sfruttamento criminale. Questi, Signore, sono i tuoi prediletti.
Quante bare hai visto? Abbiamo visto giovani uccisi dall’overdose o dall’Aids, persone strappate alla vita dalle mafie, corpi senza nome ripescati dal fondo del mare – cercavano un futuro dignitoso, li abbiamo lasciati affondare. Li abbiamo lasciati affondare! – giovani donne tradite dalla promessa di un futuro e ammazzate dalla violenza maschile e, accanto a loro, altre bare invisibili, quelle dei ragazzi e delle ragazze che hanno scelto la morte perché temevano di vivere una vita senza amore.
E tu, Pierluigi, hai sempre detto che davanti al Signore ciascuno ritrova il proprio nome e ogni storia la propria luce. La tua, ma per tutti noi sacerdoti che siamo qui oggi, con grande affetto e per te con grande riconoscenza, è un po’ anche la nostra storia. La storia di don Paolo, di don Alberto, di don Giacomo, di don Gigi, del nostro parroco don Bruno, e di don Mario Vatta, che non ha potuto per ragioni di salute essere qui. La nostra storia, la tua, è l’eresia. La nostra eresia, la tua eresia, è stato credere che l’amore vince; che il Signore sia più grande delle nostre paure; che il suo amore non sia un tribunale, ma un ospedale; che la Chiesa non debba essere la guardiana dei perfetti, ma l’approdo dei feriti.
Pierluigi: padre Balducci, don Milani, i poveri, i popoli martoriati sono stati i tuoi maestri. Hai imparato e testimoniato che Dio non abita nei tabernacoli d’oro, ma nei luoghi dove la gente lotta per sopravvivere. Dio abita lì! E, tra povertà e opportunità di vita, differenze e sofferenze, e un dialogo sempre cercato con ostinazione, la tua ostinazione, hai scoperto e comunicato a voce alta che il Regno è qui, il Regno di Dio è già qui, qui sulla terra, nascosto come il seme sotto la neve; e porterà frutto, tanto frutto.
Hai sentito sempre l’urgenza di proteggere la natura dal suo declino: il tuo amore per la montagna, per questa tua terra, e l’affetto profondo per questo tuo paese che oggi ci accoglie in questa chiesa dove sei stato ordinato sacerdote. Perché colpire la natura è la violenza più irragionevole, significa contribuire a distruggere la nostra casa comune.
Pierluigi, abbiamo condiviso più volte l’augurio di un amico, di cui oggi indosso la stola sacerdotale che mi ha lasciato in dono morendo: don Tonino Bello. Ti ricordi quante volte ci siamo detti di quell’augurio che don Tonino Bello aveva fatto di essere «malati di pace»? E allora anche noi qui, oggi, come tante volte l’abbiamo vissuto, facciamo nostro questo augurio di essere «malati di pace», patologia dalla quale non dobbiamo mai guarire: la pace la dobbiamo sentire nella profondità delle nostre vite, delle nostre viscere. È il tuo grido, Pierluigi, che è stato sempre di vero operatore di pace.
Non dimentico alcune parole che hai detto quando hai invitato la tua gente a guardare la guerra negli occhi, che sono gli occhi di chi la subisce, una realtà insostenibile da respingere a ogni costo, perché calpesta la vita e la dignità della persona.
Ciao, caro amico, in attesa lassù di ricontrarci e nella consapevolezza che il tempo dell’amore non viene quaggiù stabilito da chi ama, ma da chi ha bisogno di essere amato, e che la preghiera è immersione nell’amore di Dio, ma è anche mano tesa a stringere quella dei fratelli. E allora, caro Pierluigi, prendici anche tu per mano per continuare a camminare insieme. Ciao, Pierluigi.
INTERVENTO DI DON LUIGI CIOTTI A CONCLUSIONE DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA
Prima della benedizione, lasciatemi dire l’emozione, la commozione di essere qui a concelebrare con questi amici sacerdoti il quarto anniversario della morte di Pierluigi.
Sono stato testimone di tanti momenti del percorso della sua vita, di quello che col suo coraggio, col suo impegno, sempre condiviso in quel “noi” importante e fondamentale con altri, ha realizzato.
Ma sono anche testimone di tante lacrime e di tanto dolore che anche lui ha subìto, perché, come ben sapete, nel fare del bene, nella generosità, nell’impegno, si possono incontrare anche degli ostacoli: di chi sta alla finestra a guardare, di chi giudica, di chi semplifica, di chi etichetta, di chi vuole distruggere la positività di tanti percorsi, di chi non condivide la storia e la vita di tante persone, che noi dobbiamo accogliere sempre. Sono testimone di tante lacrime e di tanto dolore, anche di umiliazioni ricevute da chi non ci si sarebbe aspettato, ma fa parte un po’ del percorso della nostra vita, che ha veramente bisogno che cresca sempre di più la forza. Troppe prudenze, troppe mezze parole, troppe deleghe, troppi neutrali, troppi mormoranti. Abbiamo bisogno di unire di più le nostre forze, oggi più che mai, per diventare una forza di cambiamento. Non possiamo restare spettatori di quello che sta succedendo.
E allora la sua testimonianza, quelli che sono stati i suoi maestri, i suoi punti di riferimento, il suo coraggio di dire parole a volte scomode, difficili, controcorrente, sia anche la nostra responsabilità e il nostro impegno. Non dimenticandoci mai che Dio non è cattolico. Dio non è cattolico! Dio ama tutti, sennò non sarebbe Dio. Quindi noi siamo chiamati a essere più fratelli, come ci ha ricordato papa Francesco, essere più “fratelli tutti”. Oggi più che mai cercatori di verità e di giustizia, oggi più che mai operatori di pace.
Allora ci vuole uno scatto in più: non è sufficiente quello che sta avvenendo. Dobbiamo fare tutti uno scatto in più rispetto a quello che ci circonda, a quello che tocchiamo con mano, di fronte alla follia di quei poteri, di quella idolatria del denaro e del potere, di quelle persone che si credono immuni e immortali e che decidono sulla pelle della gente.
Tocca a noi, tocca a tutti noi. È un invito che il Signore ci ha fatto: «Andate», «Andate». Guardiamo, sì, verso il cielo, ma assumiamoci ancor di più le responsabilità qui sulla terra: è stata la sua testimonianza che noi oggi qui abbiamo fatto nostra.
Per me è una gioia essere qui, ma anche sentire dentro il peso di queste responsabilità.
Allora, forza! Forza! Pierluigi non è morto, non cerchiamolo solo nella tomba, non cerchiamolo solo nella tomba! Cerchiamolo nella vita, cerchiamo Pierluigi nelle persone che lui ha amato, cerchiamo Pierluigi nelle persone che lui ha servito. Pierluigi continua a vivere qui in mezzo a noi in quelle persone che lui ha amato e servito.
Allora, forza, tocca anche noi. Questo è un momento della storia in cui ci vuole uno scatto in più da parte di tutti. Vi prego, da parte di tutti, perché il bene deve vincere, l’amore deve vincere. La nostra eresia è credere che l’amore vince.
Il Signore sia con voi.
Il Signore ci benedice tutti e sempre; ci dà la sua benedizione, ma Lui ci chiede una cosa, di essere anche noi benedizione per gli altri. Ci benedica tutti, ma proprio a tutti, Dio onnipotente, Padre e, Figlio e Spirito Santo.
La Messa non è finita. Forza, proseguiamo il cammino. Andiamo in pace.
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