La bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki

di don Paolo Iannaccone

9 agosto 2026

Intervento alla Manifestazione pacifica davanti alla Base USAF di Aviano nell’81° anniversario della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki - 9 agosto 2026 

A nome del Centro “Balducci”, che ho l’onore di presiedere, del suo Consiglio Direttivo, dei volontari e delle volontarie, delle suore e delle persone ospiti, desidero rivolgere a ciascuna e a ciascuno un saluto e un ringraziamento per essere qui. 

Anche quest’anno il Centro “Balducci” rinnova la sua presenza davanti alla Base USAF di Aviano, nella convinzione che fare memoria di Hiroshima e Nagasaki non sia un gesto rituale, ma un dovere civile e morale. Oggi è l’81° anniversario della distruzione di Nagasaki: alle 11.02 ricorderemo quel tragico evento al quale vogliamo associare quello che ricorda la distruzione di Hiroshima, avvenuta solamente tre giorni prima. 

Se siamo qui è perché siamo consapevoli che non si tratta soltanto di ricordare tragedie del passato. Siamo qui perché quelle tragedie riguardano il nostro presente. Hiroshima e Nagasaki non sono state soltanto il punto più alto della capacità distruttiva dell’uomo. Sono state il punto più basso della sua cultura. Perché quando un’umanità arriva a ritenere accettabile cancellare in un istante centinaia di migliaia di vite, significa che da tempo ha smesso di educarsi alla pace. E questa è la domanda che oggi ci riguarda: abbiamo davvero imparato qualcosa da Hiroshima e Nagasaki? Se guardiamo il mondo, la risposta non può essere rassicurante. La guerra è tornata a essere considerata uno strumento normale della politica. Il riarmo viene presentato come inevitabile. Gli arsenali nucleari vengono modernizzati. Le spese militari crescono ovunque, mentre diminuiscono le risorse per l’istruzione, la sanità, la cooperazione internazionale, la lotta alle povertà e alla crisi climatica. Soprattutto, sta cambiando il nostro modo di pensare. Ci stiamo abituando all’idea che la sicurezza dipenda dalla forza. Che il dialogo sia un lusso e la diplomazia una perdita di tempo. Che la pace si costruisca preparando la guerra («Si vis pacem, para bellum» era l’antico detto latino).  

Ma questa mentalità non riguarda soltanto i rapporti tra gli Stati. Sta entrando anche nella vita quotidiana delle nostre comunità. Lo abbiamo visto nel dibattito seguito al caso Roggero, dove il farsi giustizia da sé è stato presentato da molti come un modello da imitare.  Lo vediamo nella nascita di cosiddette “pattuglie di quartiere”, che, dietro il linguaggio della sicurezza, alimentano l’idea che il vicino sia un potenziale nemico e che la difesa possa essere delegata a gruppi di cittadini organizzati come fossero piccoli eserciti privati. Pag. 2 a 4 Sono segnali da non sottovalutare.

 

E qui parlo anche a nome dell’Associazione Articolo 21, della quale faccio parte e che ha a cuore i principi costituzionali e la libertà di manifestazione del pensiero di ogni persona.  Perché quando la sicurezza smette di essere un bene garantito dalla comunità e dallo Stato di diritto e diventa un affare privato, fondato sulla paura e sulla contrapposizione, si incrina uno dei pilastri della nostra democrazia. La nostra Costituzione affida la tutela della sicurezza alle istituzioni della Repubblica e rifiuta ogni deriva che sostituisca il diritto con la forza. La cultura del riarmo internazionale e quella dell’autodifesa privata nascono dalla stessa radice: l’idea che l’altro sia anzitutto una minaccia e che la forza sia la risposta più efficace alla paura. E questo è il cambiamento più pericoloso. Perché le guerre non cominciano quando partono i missili.

 

Cominciano molto prima, quando una cultura smette di educare alla fraternità e inizia a educare alla paura. Ernesto Balducci lo aveva intuito molti anni fa, quando scriveva: «Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno».  Non era una frase poetica. Era una diagnosi. Con l’arma nucleare e con le nuove tecnologie della guerra, che permettono di colpire da sempre più lontano e di uccidere senza nemmeno incrociare lo sguardo dell’altro, l’umanità ha oltrepassato una soglia. Nessuno può più salvarsi da solo e nessuno può costruire il proprio futuro contro quello degli altri. La sicurezza dell’uno coincide ormai con la sicurezza di tutti. O impariamo a vivere come un’unica comunità di destino oppure saremo travolti dalla potenza distruttiva che abbiamo costruito. Per questo mi sembra significativo trattare questo tema mentre Pordenone si prepara a essere nel 2027 Capitale italiana della Cultura. Perché dobbiamo avere il coraggio di chiederci: che cos’è oggi la cultura? Se la cultura è soltanto produzione di eventi, spettacoli o valorizzazione del patrimonio, rischia di diventare un ornamento fine a sé stesso. La cultura, invece, è ciò che plasma il nostro modo di guardare il mondo. È ciò che ci educa a riconoscere nell’altro una persona oppure a ridurlo a una minaccia, a un numero, a un’ombra.  Pierluigi Di Piazza lo aveva intuito profondamente: volle che accoglienza e promozione culturale diventassero le due anime inseparabili del Centro “Balducci”. Perché non basta aprire una porta se non si aprono anche gli occhi e il cuore. La cultura nasce proprio dall’incontro con volti, storie e differenze che ci liberano dalla paura dell’altro e ci educano a riconoscere che nessun essere umano è straniero alla nostra comune umanità.

 

Papa Francesco, nella Fratelli tutti, che molti hanno già archiviato, ci ricordava che apparteniamo a un’unica famiglia umana. È un’affermazione semplice, ma oggi profondamente controcorrente. Perché quando smettiamo di sentirci “fratelli tutti”, nasce inevitabilmente la cultura del nemico. L’altro diventa una minaccia. Un ostacolo. Qualcuno da respingere, da combattere, da “scartare” e, nel peggiore dei casi, da eliminare. Pag. 3 a 4 Ma questo è possibile solo attraverso un passaggio ancora più drammatico: la sua disumanizzazione. L’altro non è più percepito come una persona, con un nome, una storia, degli affetti e dei diritti. Diventa un bersaglio, una categoria, un numero. È ridotto a qualcosa che non suscita più compassione. Ogni guerra ha bisogno di questa trasformazione. Perché nessuno può uccidere con leggerezza chi continua a riconoscere come un fratello. Anche Hiroshima e Nagasaki ci consegnano questa verità. Le vittime non furono semplicemente uccise. Furono private, prima ancora, della loro umanità. Molti sopravvissuti raccontano di essere stati guardati come corpi deformati, come presenze da evitare, quasi fossero il segno di una colpa invece che il volto innocente della violenza subita.  Quando un essere umano diventa un’ombra, la strada verso la sua eliminazione è già stata aperta.  Ogni genocidio, ogni pulizia etnica, ogni persecuzione della storia è cominciata così: non con le armi, ma con le parole; non con le bombe, ma con la negazione dell’umanità dell’altro. È così che si interrompe il dialogo. È così che la differenza si trasforma in paura. È così che la guerra diventa pensabile e plausibile.

 

Ecco perché oggi non stiamo vivendo soltanto una crisi geopolitica. Stiamo vivendo una crisi culturale. Una crisi che riguarda anche la democrazia. Non è un caso che alcuni studiosi, tra cui Marco Re

velli, abbiano richiamato l’attenzione su correnti di pensiero secondo cui libertà e democrazia sarebbero ormai incompatibili perché la democrazia risulterebbe un sistema troppo limitante, lento e inefficiente. Quando il confronto è considerato un ostacolo, la forza torna a essere percepita come la soluzione più rapida.  Per questo la pace non può essere soltanto un obiettivo della politica. Deve tornare a essere un progetto educativo. Siamo chiamati a educare nel riconoscere l’altro non come un avversario, ma come una persona.

 

A educare ad abitare il conflitto senza violenza. A educare alla responsabilità. A educare alla fraternità. Don Tonino Bello parlava degli artigiani di pace. Un artigiano non improvvisa. Lavora ogni giorno, con pazienza, sapendo che le opere più importanti richiedono tempo. Anche la pace è un’opera artigianale. Non nasce dai missili. Pag. 4 a 4 Nasce dalle scuole. Dalle famiglie. Dalla cultura. Dalla politica quando ritrova il coraggio del dialogo. Nasce da cittadini che rifiutano di accettare la guerra come destino inevitabile. Per questo oggi ricordare Hiroshima e Nagasaki significa assumersi una responsabilità. Vuol dire con chiarezza che la sicurezza fondata sulla minaccia nucleare è una sicurezza apparente. Che il riarmo non elimina la paura: la organizza. Che la pace non si costruisce preparando la prossima guerra. E significa sostenere con convinzione tutte le esperienze che costruiscono alternative concrete, come la proposta di legge per una difesa civile non armata e nonviolenta, della quale parleremo fra poco, perché la sicurezza di un popolo dipende anzitutto dalla forza delle sue istituzioni democratiche, dalla giustizia sociale, dalla cultura, dalla capacità di dialogo. Per questo essere oggi davanti alla Base USAF di Aviano non significa manifestare contro qualcuno. Significa ricordare a tutti, a noi per primi, che nessuna installazione militare potrà mai sostituire il compito più difficile e più urgente: costruire una cultura della pace.  Ricordavo quanto Ernesto Balducci amasse affermare che «gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno». Oggi questa frase non è un auspicio. È un bivio. Se continueremo a educare alla paura, al nemico e alla forza, la guerra globale non sarà un incidente della storia: sarà il risultato delle nostre scelte. Se invece avremo il coraggio di educare alla fraternità, alla democrazia, al dialogo e alla nonviolenza, allora Hiroshima e Nagasaki non saranno ricordate soltanto come due tragedie del passato, ma come il punto da cui l’umanità ha scelto di non tornare più indietro.

Quest’anno abbiamo celebrato gli ottant’anni della Repubblica italiana. È nata dalle macerie della guerra e da una Costituzione che ha saputo trasformare il dolore della storia in un progetto di futuro, riconoscendo la dignità inviolabile della persona e affermando, all’articolo 11, il ripudio della guerra non solo come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, ma anche come mezzo per risolvere le controversie internazionali.  Non è una formula del passato: è una responsabilità affidata al nostro presente. La pace non è l’utopia di pochi. È la condizione perché ci sia un futuro per tutti. Dipende anche da noi.

 

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