Per augurare buona Pasqua ho scelto questa foto: una giovane scout che in queste ultime ore ha fatto del servizio un prendersi cura di una semplice, per tanti insignificante, aiuola del Centro Balducci. Perché la bellezza e la cura sono i risvolti della medesima medaglia della vita. Nel quotidiano la cultura della morte sembra invece prendere il sopravvento a opera dei prepotenti e degli stolti, di chi, pieno di sé, si arroga il diritto di edificare, mediante una spesso sproporzionata violenza, un futuro per pochi e trasformare così in deserto quel giardino che potenzialmente potrebbe essere abitato da tanti, da tutti. Una cultura violenta e mortifera diffusa a gran voce mentre un fragoroso silenzio si fa complicità. Questa cultura, della quale anche i media si fanno spesso convinti promulgatori, rischia di diventare modello imperante esercitato non solo dai potenti di turno ma anche da me e da te nella gestione del piccolo quotidiano: dalla famiglia al lavoro e al rapporto con gli amici, dalle relazioni costruite nell'associazionismo o nel volontariato, alla vita politica e sociale. C'è bisogno allora della cultura della vita, unica a restituirci la gioia. C'è bisogno che a modellare le nostre esistenze sia quanto abbiamo potuto conoscere dalla vita di quel Gesù di Nazareth, che - afferma l'evangelista Giovanni - amò "fino alla fine", una parola greca - "telos" - che porta con sé due profondi significati: sino "alla fine", al termine della sua vita, senza ripensamenti o ipocrisie; così come fino "al fine", al raggiungimento dello scopo della sua esistenza. Cioè mostrando che un altro mondo è davvero possibile, che a guidare l'umanità può essere l'amore e il rispetto delle singole alterità e degli inalienabili diritti di ogni uomo che vive sulla faccia della terra, che solo abitando il conflitto si è capaci di superarlo e di divenire generativi, anche se - come lui stesso ne è stato testimone - può richiedere il costo della propria vita. C'è bisogno di una cultura pasquale basata sul dono di sé, che ci porti all'"I care" di don Milani, all'interessarsi dell'altro, al farsi carico prendendosene cura, a non rinnegarlo girandosi dall'altra parte o rimanendogli indifferente. C'è bisogno di un amore che segni il passaggio dalla cultura della morte a quella della vita, di un amore che ristabilisca le priorità dell'umano. Allora, che tu sia credente o meno, questo sia l'augurio che ti dono e che ti chiedo di portare avanti insieme, con gesti concreti e pensieri condivisi, per un possibile futuro di pace. A te e ai tuoi familiari, buona Pasqua di risurrezione, di pietre di sepolcro ribaltate, di sussulti di vita, di una cura che fa albeggiare la speranza. Paolo Iannaccone, presidente del Centro Balducci