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Lorenzo Bellomi: coraggio di un Vangelo profondamente umano
di don Paolo Iannaccone
tratto dal sito Domenicale di San Giorgio
A trent'anni dalla nascita al cielo del Vescovo Bellomi, un ricordo intenso tracciato da don Paolo Iannaccone: l'uomo Lorenzo emerge in tutta la sua umanità.
Trent’anni sono tanti. Abbastanza perché un ricordo rischi di diventare una fotografia un po’ sbiadita, il nome di una via, il titolo di una sala, una data da commemorare. Ma ci sono persone che, con il passare del tempo, continuano ad accompagnarci e a interrogarci. Per me il vescovo Lorenzo Bellomi è una di queste.
Non vorrei qui tracciarne un profilo come pastore della Chiesa triestina: altri, che ne hanno condiviso più da vicino il lungo ministero episcopale (1977-1996), possono farlo certamente meglio di me. Vorrei piuttosto ricordare l’uomo Lorenzo, attraverso alcuni tratti che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che ancora oggi sento vivi.
Se dovessi descriverlo con poche pennellate, direi anzitutto che era un uomo profondamente sensibile alle persone e all’incontro. Un uomo che viveva dell’incontro con i volti. Aveva la capacità di lasciarsi toccare dalle storie degli altri, di entrare nelle situazioni anche quando erano difficili, controverse, persino scomode. Don Lorenzo sapeva metterci la faccia. È forse questa una delle espressioni che meglio lo raccontano.
Lo fece quando prese posizione di fronte a vicende delicate che coinvolgevano persone sottoposte al giudizio pubblico, richiamando alla necessità di non trasformare il sospetto in una condanna e di lasciare che fosse la giustizia a fare il proprio corso.
Lo fece sul tema della pace, sostenendo con convinzione e sottoscrivendo pubblicamente, insieme ad altre personalità, un documento per una cultura del dialogo e della nonviolenza, anche quando questo significava esporsi personalmente.
Quel testo divenne un punto di riferimento per il pacifismo cattolico e, con il sostegno di don Tonino Bello, allora presidente di Pax Christi Italia, contribuì al cammino che sfociò, il 4 ottobre 1986, nel grande raduno del popolo della pace all’Arena di Verona. La pace, per lui, non era un argomento tra gli altri e neppure una parola buona per le occasioni ufficiali. Era una questione evangelica che chiedeva responsabilità.
Lo fece anche contribuendo ad avvicinare le due anime di Trieste, quella italiana e quella slovena, in anni nei quali le ferite della storia erano ancora profondamente avvertite e rendevano tutt’altro che semplice tessere relazioni di incontro, riconoscimento reciproco e unità.
E lo fece davanti ai problemi sociali della città. Mi torna alla mente il suo porsi al fianco degli operai che temevano la chiusura della propria realtà lavorativa: un gesto che esprimeva la volontà di condividere le preoccupazioni concrete delle persone, la paura per il futuro, l’incertezza del lavoro, una dignità che rischiava di essere ferita. E mi torna alla mente la sua vicinanza ai poveri, ai malati, agli anziani, ai quali dedicava parte del proprio tempo attraverso visite semplici, capaci di portare conforto e di far sentire una presenza.
Ma per raccontare l’uomo Lorenzo non bastano i gesti pubblici. Bisogna guardare anche alle piccole cose.
Chi lo ha incontrato ricorda la sua disponibilità personale, la capacità di far sentire l’altro accolto e importante, il desiderio di trovare tempo per le persone anche dentro giornate già piene di impegni. Durante un pellegrinaggio a Lourdes, per esempio, in un programma già di per sé fitto, volle ritagliarsi una serata per stare semplicemente insieme ad alcuni giovani con disabilità mentale, presenti in gran numero sul “treno violetto”. Non per fare un discorso o presiedere un incontro ufficiale: per incontrarli, offrire loro un gelato e condividere un tempo di ascolto reciproco.
Era fatto così. L’incontro aveva per lui un valore particolare.
In tempi nei quali i cellulari non avevano ancora sostituito la carta, poteva capitare di ricevere parole vergate di suo pugno per una ricorrenza, un onomastico, un anniversario di consacrazione. Ma questa attenzione si faceva ancora più presente nei momenti di fragilità: sapeva farsi vicino con discrezione quando qualcuno attraversava un lutto o una sofferenza. Più delle parole contava il gesto, attraverso il quale faceva percepire all’altro che la sua storia, in quel momento, era importante.
Questa sensibilità rappresentava insieme una forza e una vulnerabilità. Lorenzo era anche
un uomo timido, delicato, profondamente esposto a ciò che accadeva attorno a lui. Le tensioni, le incomprensioni, le ferite nei rapporti non gli scivolavano addosso: risuonavano profondamente nel suo animo. Ed è anche per questo che mi piace ricordarlo nella sua umanità, senza trasformarlo in una figura lontana o idealizzata. Il Vangelo passa attraverso persone reali, ciascuna con il proprio carattere, la propria sensibilità, i propri doni e anche le proprie fragilità.
Perché, allora, ricordare Lorenzo Bellomi trent’anni dopo?
Credo perché, soprattutto in questo nostro tempo, nel quale troppo spesso sembrano prevalere la violenza e la prepotenza e nel quale – per riprendere un pensiero caro a papa Francesco – uno dei rischi più grandi è proprio il venir meno della capacità di prenderci cura gli uni degli altri, abbiamo sempre bisogno di custodire e coltivare l’umanità.
La memoria di Lorenzo non serve a riproporre oggi gesti e modalità appartenuti a un altro tempo, né tantomeno a stabilire confronti. Ogni stagione ecclesiale ha le proprie sfide e ogni persona è chiamata ad affrontarle con il proprio stile, i propri doni e la propria sensibilità.
Ciò che rimane fecondo è piuttosto la direzione indicata da quelle scelte: essere aperti all’altro, lasciarsi interpellare dalle sue fragilità, riconoscerne sempre la dignità.
È un’eredità che non riguarda soltanto chi ha responsabilità nella Chiesa. Riguarda ciascuno di noi.
Ripensare a Lorenzo e agli incontri vissuti con lui mi aiuta, ancora oggi, a chiedermi quanto sappiamo accorgerci di chi abbiamo accanto. Quanto siamo capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo prima di averlo ascoltato. Quanto le sofferenze delle persone, la povertà, la solitudine, la condizione di chi arriva da lontano, le preoccupazioni di una famiglia o di chi rischia di perdere il lavoro riescano davvero a entrare nelle nostre vite.
In questo senso,
fare memoria di Lorenzo può aiutare tutti noi a continuare a essere e a costruire una Chiesa attenta agli ultimi, capace di prossimità e di incontro. Una Chiesa nella quale ciascuno – vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, laiche e laici – possa, con il proprio stile e la propria sensibilità, lasciarsi interpellare dall’altro e contribuire a rendere concreto il Vangelo della pace, della giustizia e dell’amore.
Forse è questo, alla fine, il modo più vero di custodire la memoria di Lorenzo: non semplicemente ricordare ciò che ha fatto, ma lasciarci ancora interrogare dalla direzione del suo cammino. Per continuare, ciascuno con i propri passi, ad andare incontro all’altro, soprattutto quando è più fragile, riconoscendone sempre e prima di tutto la dignità.
E continuare così, insieme, ad essere Chiesa.
Paolo Iannaccone
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