“Nel nome di Lea, nel cuore di Denise”

Dolore e sgomento per la morte di Denise

Quella mattina del 31 maggio 2024 ero presente anch’io al Liceo linguistico “Caterina Percoto” di Udine, invitato per l’intitolazione di un’aula a Lea Garofalo, testimone di giustizia e vittima della ’ndrangheta. 

Fu proprio la sua vicenda ad aprire il percorso del progetto “Liberi di  scegliere”, diventato da pochi mesi legge (L. 131 del 17.07.2026).

L’intitolazione, avvenuta a conclusione del percorso PCTO “Nel nome di Lea, nel cuore di Denise”, era stata realizzata in collaborazione con l’Associazione locale di Libera Friuli Venezia Giulia e con il contributo artistico degli studenti e delle studentesse del Liceo Artistico G. Sello, che per l’occasione avevano curato diversi interventi all’interno dell’aula frequentata da Denise, tra cui il murales che accompagna questa storia.
Lea diceva: «Parlo per amore di mia figlia».

Fu per amore di Denise che decise di rompere il silenzio, di ribellarsi alla ’ndrangheta e di diventare testimone di giustizia. Nel 2002 entrò nel programma di protezione e, durante quel periodo, Lea e sua figlia Denise vissero per un anno a Udine. Denise frequentò proprio al “Percoto” il primo anno di Liceo, nell’anno scolastico 2006-2007.

Quel giorno rimasi profondamente colpito dalla storia di quella madre, diventata simbolo della ribellione alle mafie. Una donna che, a soli 35 anni, il 24 novembre 2009, venne assassinata dall’ex compagno Carlo Cosco, che l’aveva convinta ad abbandonare la protezione e a raggiungerlo a Milano. La sua fu una morte atroce: il corpo venne bruciato e fatto a pezzi.

Ieri è arrivata la notizia che Denise, alla stessa età che aveva sua madre quando fu assassinata, è morta dopo quattro giorni di agonia seguiti al tentato suicidio di domenica scorsa.

Una notizia che lascia senza parole.

Denise era rimasta sotto protezione fino al 2018. Aveva cambiato nome, trovato un lavoro, vissuto in una località segreta. Aveva cercato, insieme al compagno e al figlio di 4 anni, di costruire una vita possibile, sempre accompagnata dal Servizio centrale di Protezione. Una vita che portava dentro una storia troppo pesante, una ferita che il tempo non è riuscito a cancellare.

«Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre dentro la sua anima inquieta e sensibile»: sono le parole di don Luigi Ciotti, parole che aiutano a comprendere, almeno in parte, il dramma di una giovane donna cresciuta con il peso di una storia che non aveva scelto, ma che aveva ereditato nel modo più doloroso possibile.

La morte di Denise non può essere letta soltanto come la tragedia di una singola persona. Dentro questa morte ci sono una madre uccisa perché aveva scelto di parlare, una figlia costretta a vivere protetta e nascosta, un’identità cambiata, una vita da ricostruire lontano dai luoghi e dalle persone conosciute. C’è il coraggio di chi ha cercato di spezzare la catena della violenza e, insieme, la sofferenza di chi quella violenza l’ha portata dentro di sé per tutta la vita.

Per questo oggi il pensiero del Centro “Balducci” va anzitutto a Denise, alla sua storia e alla sua sofferenza. E va con particolare vicinanza al compagno, al figlio e a tutti i familiari, che stanno affrontando un dolore che nessuna parola può davvero contenere.

Come Centro “Balducci” sentiamo questo dolore anche come nostro. Lo sentiamo nostro perché la storia di Lea e di Denise parla di diritti negati, di libertà, di dignità, di giustizia e del prezzo, talvolta terribile, che alcune persone sono costrette a pagare quando scelgono di non piegarsi alla violenza e all’ingiustizia.

Due anni fa, entrando in quell’aula del “Percoto”, avevo percepito quanto una storia potesse continuare a vivere attraverso la memoria, attraverso i giovani, attraverso un luogo diventato spazio di incontro e di responsabilità. 

Oggi quella stessa aula, quel murales e quelle parole – “Nel nome di Lea, nel cuore di Denise” – assumono per me un significato ancora più profondo:
- nel nome di Lea continueremo a ricordare il coraggio di chi ha scelto di parlare,
- nel cuore di Denise custodiremo la consapevolezza che, dietro ogni battaglia per la giustizia, ci sono persone, vite, fragilità e ferite che chiedono di essere riconosciute, accolte, curate.

A Denise e a tutti coloro che le hanno voluto bene, giunga il nostro abbraccio. Un abbraccio discreto, rispettoso e profondamente partecipe. Perché davanti a una morte così dolorosa non abbiamo risposte da offrire, ma possiamo scegliere di non voltare lo sguardo, di custodire la memoria e di sentire, insieme, questo dolore come parte della nostra umanità.

Paolo Iannaccone,
presidente del Centro “Balducci”


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