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Via Crucis-Via Pacis
Sabato 14 marzo 2026
Intervento di Paolo Iannaccone, presidente del Centro “Balducci”, a conclusione della Via Crucis-Via Pacis di Pordenone.
Il cammino silenzioso, che ci ha portati fin qui, è iniziato evocando le molte Vie Crucis presenti ai tempi di Gesù e nel nostro quotidiano: quelle che siamo chiamate a vivere ognuno di noi; quelle vissute da fratelli e sorelle in umanità in territori di guerra e di violenza; quelle subìte da altri e altre a motivo della sopraffazione e della negazione dei più elementari diritti umani nei nostri Paesi occidentali, che tanto si fregiano essere culla dei diritti.
Abbiamo iniziato questo cammino tuffandoci nella lettura delle Beatitudini presentate dall’evangelista Matteo: quelle parole, che ci hanno accompagnato lungo la strada, forse ci hanno lasciato l’amaro in bocca perché riconosciamo non esser ancora divenute carne, perché il popolo di cui facciamo parte non è ancora divenuto “popolo delle Beatitudini”.
Allora permettetemi di fare un paio di capriole con alcune parole che possono illuminarci e aiutarci a camminare.
Sono parole, che risuonano come un canto dell’utopia, dal greco ou-topos, canto del non-luogo, perché non esiste un luogo dove le Beatitudini sono autenticamente e pienamente vissute, forse non lo fu nemmeno la prima comunità cristiana. Dopo duemila anni il Vangelo attende ancora di essere preso sul serio anche da parte della stessa comunità dei credenti in Gesù di Nazareth.
Ma la parola utopia può derivare anche da eu-topos, buon-luogo. Attenzione, però: non tanto la rappresentazione di una società bella, ideale, perfetta e armoniosa, ma irrealizzabile nella realtà; piuttosto un non-ancora-luogo, un luogo quindi buono e possibile da realizzare nella misura in cui ci si mette in gioco. Le Beatitudini ci tratteggiano dunque un orizzonte che porta dall’incompiutezza al compimento, dal deserto alla Terra Promessa non ancora raggiunta. È un movimento, un cammino.
Allora, lasciando da parte le virtù, l’etica, le buone maniere, i moralismi e i giudizi – le Beatitudini non hanno nulla a che fare con tutto ciò – permettetemi due piccole condivisioni che mi dimorano nel cuore:
- Le Beatitudini sono il bisogno di riconoscere che nel mondo esistono già i poveri e chi piange, gli affamati di cibo e gli assetati di verità, i perseguitati per la giustizia e gli irregolari. E attendono di sentirsi chiamare “beati”. Perché non sappiamo di essere beati finché qualcuno non ci chiama con questo nome. Abbiamo bisogno di chiamarli per nome, di qualcuno che li vede, li ama e glielo dice con i fatti, più che con le parole. Abbiamo bisogno di porci al loro fianco e dire, che si può andare avanti insieme. Insieme, mai da soli. Insieme, mai isolati. Insieme, lottando per i diritti degli altri. Perché - ce lo ricorda Gino Strada - “I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi”.
È insieme che si trova la forza di camminare: la parola “beati”, makàrios in greco, in aramaico – la lingua mediante la quale si esprimeva Gesù – suona con ashré, che contiene la parola piede: è un dinamismo, uno stare in piedi, un mettersi in cammino. La beatitudine, quindi, si raggiunge quando si è aiutati a essere protagonisti della propria storia, quando si è aiutati a rialzarsi e a rimettersi in cammino, quando si è accompagnati – e non lasciati soli – a vivere le sfide della propria vita, che ci parlano di fragilità.
- Le Beatitudini, soprattutto nella versione di Luca, che contrappone al “beati” i “guai a voi”, gli “Ahimè”, sono il bisogno di riconoscere, che si entra nel Regno non perché ci si impegna a fare qualcosa mentre si è poveri, ma solo perché si è poveri; si diventa così capaci di riconoscere la propria fragilità e il bisogno che abbiamo dell’altro, degli altri. Che ognuno ha le sue povertà, soprattutto non materiali… Si sente allora il bisogno di camminare insieme. Perché da soli non andiamo da nessuna parte. Strutturare la vita diversamente, basandola su ricchezza, violenza e potere che escludono e marginalizzano, che scartano e seminano morte, è un vero e proprio guaio ed è quanto assistiamo sgomenti nel nostro quotidiano.
In piedi, allora! Coraggio! L’altro mondo possibile può partire da me, da me oggi. Da come torno a casa da questo evento, dalle piccole decisioni che vorrò prendere per una vita autenticamente umana. Per i credenti, per una vita da risorti. Continuiamo a camminare insieme.
In piedi, popolo delle Beatitudini!
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